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Cappella Sistina

Giudizio Universale

Venti anni dopo aver terminato la sua opera nella volta, nel 1532 Michelangelo venne incaricato dal papa Clemente VII (1523-1534) di dipingere la parete di fondo dell’aula Sistina; ma cominciò il lavoro soltanto nel 1536 sotto il papa successivo, Paolo III Farnese (1534-1549), e lo concluse nel 1541, quando il 13 ottobre, con una solenne cerimonia, fu scoperto il grandioso affresco. Esso doveva anche costituire il simbolo della ritrovata supremazia del Papato dopo i tragici avvenimenti del 1527, in cui la città era stata messa al sacco dalle milizie mercenarie tedesche dei Lanzichenecchi, e dopo la crisi luterana che tanto aveva scosso l’autorità della Chiesa di Roma.

Il primo atto di Michelangelo era stato quello di foderare la parete interessata con un muro di mattoni leggermente inclinato in alto verso l’aula (26 centimetri), in modo che la polvere si depositasse meno facilmente sulla superficie e si potessero correggere visivamente le deformazioni prospettiche. In questo modo andarono perduti alcuni affreschi quattrocenteschi e le lunette dipinte dallo stesso Michelangelo.

Seppure ispirata ai testi biblici, in particolare al libro dell’Apocalisse, nonché alla Divina Commedia di Dante Alighieri, prevale nell’opera di Michelangelo la tragica visione filosofica dell’artista: al centro è Cristo che, affiancato dalla Madonna, con un semplice movimento delle braccia decide l’ineluttabile destino ultraterreno degli uomini; per alcuni vi sarà la salvezza (rappresentata dalle figure, a sinistra, che salgono verso il cielo), per i più vi sarà la condanna alla dannazione (i nudi, a destra, che precipitano verso l’Inferno).

Le figure si muovono come in un turbine, sullo sfondo di un cielo azzurro privo di supporto architettonico. I defunti, in basso a sinistra, i cui scheletri riacquistano progressivamente consistenza fino alla completa reincarnazione, sono svegliati dal lungo sonno dalle trombe degli angeli. Questi ultimi, privi di ali, sono posizionati al centro del dipinto e mostrano due libri: uno, più piccolo, tenuto in mano dall’Arcangelo Michele, che contiene i nomi dei beati, l’altro più grande, con l’elenco dei dannati.

A sinistra del Cristo sono riconoscibili: Sant’Andrea, di spalle, con la sua croce; San Giovanni Battista, dal corpo possente, che potrebbe rappresentare Adamo. In basso si trovano invece: San Lorenzo, con una scala per ricordare il supplizio subìto su una graticola posta sopra carboni ardenti; San Bartolomeo, che tiene in mano una pelle umana svuotata della carne (secondo alcuni, sarebbe il ritratto di Michelangelo). A destra è possibile distinguere: San Pietro, con il volto del papa committente Paolo III che porge le chiavi, una argentata e l’altra dorata; al di sotto San Biagio, che mostra i pettini di ferro della sua tortura e Santa Caterina d’Alessandria, con una mezzaluna dentata, allusiva al modo in cui fu martirizzata (queste due figure, soprattutto la prima, hanno subìto un consistente rifacimento nel 1565 per correggerne la posa, considerata impudica); a fianco è San Sebastiano, inginocchiato e con le frecce in mano. Poco più in basso sempre a destra, è la celebre figura di un dannato nell’atto di coprirsi un occhio, spaventato dalla terribile visione. Da sottolineare, ancora, la scena che ha come protagonista Caronte, mitico traghettatore presente nell’Eneide di Virgilio e nella Divina Commedia di Dante: egli spinge le anime dei peccatori fuori dalla barca verso l’Inferno per abbandonarli al loro drammatico destino. Questo gruppo è concluso, verso l’angolo, dalla figura di Biagio da Cesena, cerimoniere papale che aveva giudicato l’opera di Michelangelo degna di una sala da bagno o di una osteria: per vendicarsi, l’artista lo aveva rappresentato con le sembianze di Minosse, uno dei giudici dell’aldilà nella mitologia greco-romana, nell’atto d’indicare ai dannati il girone cui erano destinati, attraverso il numero delle spire di serpente avvolte sul suo corpo. Nell’alto dell’affresco, infine, sono rappresentati i simboli della passione di Cristo: la croce, la corona di spine, i dadi con cui giocarono le guardie, la colonna della Flagellazione, la spugna con cui era stato abbeverato.

Lo stile di Michelangelo è qui profondamente diverso da quello della volta ed esprime il suo mutato sentimento nei confronti della vita: Dio è il giudice severo che nessuno può contrastare, né la Madonna né tanto meno l’uomo. Per questo i corpi sono come appesantiti dal dolore, quasi portassero in sé le tracce dell’esperienza terrena. I colori spiccano sull’azzurro intenso dominante, e dalla gamma dei rossi passano, con poche eccezioni, alle tonalità del bruno e del verde fino al nero, a sottolineare la lettura tragica degli eventi. Soltanto dietro le figure di Cristo e della Madonna che ha il manto celeste, lo sfondo è ravvivato dal giallo intenso per sottolineare la potenza del braccio levato.

A causa delle decisioni del Concilio di Trento, chiusosi nel 1563 con la raccomandazione di fare eseguire negli ambienti sacri soltanto opere che avessero decoro e fossero conformi alle sacre scritture, gli affreschi del "Giudizio Universale" vennero nel 1565 ritoccati da un allievo di Michelangelo, Daniele da Volterra, che applicò veli e perizomi per coprire le nudità delle figure, venendo per questo soprannominato "il braghettone". Altri interventi furono eseguiti per lo stesso motivo alla fine del Cinquecento e nei due secoli successivi.

Al momento del restauro della parete si è molto discusso tra gli studiosi se asportare o meno queste coperture eseguite a secco, sostenendosi da parte di alcuni l’opportunità di rimettere in luce fedelmente l’opera di Michelangelo, da parte di altri la necessità di mantenerle quale segno del passaggio dell’opera d’arte nel tempo. Si è infine deciso di lasciare soltanto l’intervento di Daniele da Volterra, tangibile testimonianza di un’epoca storica, e di cancellare i rifacimenti successivi, perché, come ebbe a dire Giovanni Paolo II durante la messa dell’8 aprile 1994 tenuta nella Cappella per celebrarne la riapertura dopo il restauro, "la Cappella Sistina è proprio il santuario della teologia del corpo umano" ed "è una testimonianza alla bellezza dell’uomo creato da Dio come maschio e come femmina"; in essa Cristo ha espresso "l’intero mistero della visibilità dell’invisibile".


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