13 ottobre 2006
Intervista di S. Ecc. Mons Giovanni Lajolo con
Rome Reports News Agency for EWTN
13 ottobre 2006
(ITALIANO)
1. Nel Suo intervento a New York ha insistito nella necessità di raggiungere la giustizia per assicurare una pace duratura. Quali sono gli orientamenti della Santa Sede per la pace in Medio Oriente?
“Medio Oriente” è un espressione geografica che copre realtà politiche e sociali molto diverse. La situazione nei diversi stati del Medio Oriente è molto diversa e richiede politiche diverse. Qui ne posso indicare solo alcuni aspetti più evidenti.
Incominciamo da Israele e Palestina, che sono - si può dire - le unità politiche chiave. Non vi è giustizia, se Israeliani e Palestinesi, nel rispetto delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non arriveranno ad un accordo circa le loro frontiere. Il diritto di Israele di vivere in pace e sicurezza è indiscutibile. Parimenti, i Palestinesi hanno il diritto di avere una loro patria libera e sovrana. E per questo non vi potrà mai essere giustizia né pace, se non vi sarà un ripudio assoluto e definitivo del terrorismo da parte dei Palestinesi, e se Israele non si ritirerà dai territori non suoi.
2. Ma oltre a Israele e Palestina vi sono altri Paesi con problemi molto acuti, per esempio, il Libano, l’Iraq. Cosa può dire al riguardo?
Il Libano è stato martoriato da guerre condotte da altre potenze sul suo territorio. Una situazione di giustizia e pace non può essere raggiunta se non si dà anzi tutto esecuzione alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1701. In particolare è indispensabile che nel territorio del Libano, come in quello di qualsiasi altro Paese, non vi siano forze armate al di fuori dell’esercito regolare: mi riferisco specificamente agli Hezbollah e alle milizie palestinesi.
Anche l’Iraq è un paese oggetto di quotidiana preoccupazione, anzi d’angoscia. La spietata violenza quotidiana è lì dovuta principalmente a conflitti di interesse sul ricavo del petroli. I curdi vivono in una regione ricca di petrolio e cercano di ottenere la più larga autonomia possibile, se non addirittura una certa “indipendenza”; gli sciiti, vivendo anch’essi in una regione petrolifera, difendono da una parte il principio dell’autonomia regionale, ma al contempo, costituendo la maggioranza assoluta della popolazione del Paese, cercano di mantenerne l’unità per poterlo controllare; i sunniti, che detenevano il potere con Saddam Hussein, vivono in una regione povera di risorse e per questo non sono disposti ad accettare la divisione dell’Iraq né in realtà sono disposti a rinunciare a guidarlo. Tutto ciò ha innescato, in particolar modo tra sunniti e sciiti, una impressionante catena di reciproche vendette.
Una soluzione di tipo federale con contrappesi unitari potrebbe forse contribuire a risolvere i dissidi; ma non so se vi sono gli indispensabile presupposti storici e culturali.
Motivo di viva preoccupazione sono anche le pressioni, le minacce e gli attacchi nei confronti delle istituzioni e dei fedeli cristiani. In questo paese, di antichissima civiltà e cultura, mi sembra sia necessario mettere a nudo le radici spirituali della violenza che lo scuote. E su questo aspetto, secondo me, è necessario lavorare: bisogna però averne il coraggio.