Stato della Città del Vaticano
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16 novembre 2006

Intervento di S.E. Mons. Giovanni Lajolo
al Convegno organizzato dall’Ambasciata di Ungheria
in occasione del 50° anniversario della Rivoluzione del 1956

Accademia d’Ungheria in Roma - Via Giulia, 1

16 novembre 2006


Ringrazio vivamente S.E. Sig. Gábor Erdődy, Ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede, per avermi voluto invitare ad introdurre questo simposio dedicato a commemorare nel 50° anniversario una pagina  dolorosa ed umiliante ed al contempo gloriosa e luminosa della storia di Ungheria. Mi permetterò di limitare la mia introduzione a qualche ricordo personale, certo non rivelativo di nulla di nuovo, ma forse indicativo di sentimenti diffusi.

1. Dolore ed umiliazione, gloria e luce sono, credo, i primi sentimenti che accompagnano la mia conoscenza, sia pur molto indiretta e del tutto marginale, di qualche pagina della storia d’Ungheria. Essa inizia con la tragica e nobilissima immagine del Cardinale Jozef Mindszenty, portato di fronte al tribunale popolare nel 1949, con accuse tanto infamanti quanto incredibili di tradimento, di organizzazione per rovinare la Repubblica, di spionaggio e di traffico di valute. Io ero allora un giovane seminarista, e quanto ci veniva riferito su quella grande figura di Vescovo, di pastore e di uomo,  lasciava profondamente impressionato me così come i miei giovani compagni, per la violenza usata nei confronti del Cardinale Primate, ma anche per la grande dignità della sua testimonianza. Questo avveniva nel 1949.

2. La rivoluzione del 1956 e la feroce repressione che seguì indussero Pio XII a pronunciarsi in ben quattro importanti documenti: l’enciclica Luctuosissimi eventus del 28 ottobre, con cui indiceva preghiere per il popolo Ungherese; l’enciclica Laetamur admodum del 1° novembre che intendeva sostenere quello squarcio di speranza che si era aperto in Ungheria, mentre metteva in guardia da pericolosi sviluppi bellici avviati nel Medio Oriente. A pochi giorni di distanza, il 5 novembre, seguiva la lettera Datis nuperrime, in cui Pio XII protestava apertamente e deplorava che le patrie istituzioni d’Ungheria, non appena costruite erano state rovesciate e distrutte, che i diritti umani erano stati violati ed al popolo sanguinante era stato imposto da un esercito straniero una nuova servitù; la repressione non solo provocava l’amara tristezza e indignazione del mondo cattolico, ma anche di tutti i popoli liberi; ed il Papa dichiarava: “Il sangue del popolo ungherese grida il Signore”.
L’impegno di Pio XII culminava con il radiomessaggio del 10 novembre, in cui denunciava senza mezzi termini lo scempio della giustizia, le illegali e brutali repressioni, e le egemonie tra potenze “che tramutano la vita terrena in un abisso di ansia e di terrori, mortificano gli spiriti, annullano il frutto del lavoro e il progresso”; il Papa esortava infine il mondo intero a non disinteressarsi dei fratelli ungheresi, abbandonandoli al destino di una degradante schiavitù. Il vibrante discorso terminava richiamando con vigore l’imperativo di tornare a Dio:
“Dio! Dio! Dio!
Risuoni questo ineffabile nome, fonte di ogni diritto, giustizia e libertà, nei parlamenti e nelle piazze, nelle case e nelle officine, sulle labbra degli intellettuali e dei lavoratori, sulla stampa e alla radio. Il nome di Dio, come sinonimo di pace e di libertà, sia il vessillo degli uomini di buon volere, il vincolo dei popoli e delle nazioni, il segno in cui si riconosceranno i fratelli e i collaboratori nell’opera della comune salvezza. Dio vi scuota dal torpore, vi separi da ogni complicità coi tiranni e coi fautori di guerre, v’illumini la coscienza e rafforzi la volontà nell’opera di ricostruzione.”


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Causa di Beatificazione e di Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II

 

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