13 gennaio 2007
Santa Messa per l'inaugurazione del 78° anno giudiziario del Tribunale dello S.C.V.
Sabato 13 gennaio 2007
Cappella di Santa Marta al Governatorato in Vaticano
Omelia di Sua Eccellenza Mons. Giovanni Lajolo, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano
1. All’inizio dell’anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano avete voluto raccoglierVi intorno all’altare del Signore, illustri Presidenti, Magistrati e Collaboratori degli Organi Giudiziari Vaticani, invitando ad unirsi a voi alte Personalità della Magistratura italiana, per attingere da Dio luce per la vostra attività e per ricondurre e quasi unire alla sua la vostra “potestas iudicandi”.
Dio è infatti l’ultimo criterio di ogni giudizio giusto ed equo. “Regula, quam iudex, non tantum ecclesiasticus, sed quivis alius sequi in iudicando debet, - scriveva un noto canonista - maxime quadruplex est”. E le enunciava, ponendo al quarto posto la “consuetudo”, al terzo il “rescriptum principis”, al secondo la “lex”. “Prima autem – scriveva - Deus est: hunc enim in iudicando, ne alienis avertatur affectibus prae oculis habere maxime iudicans debet: et hinc dum sententiam pronuntiant iudices, plerumque in clausula eidem addunt solum Deum prae oculis et animo habentes.” (Franciscus Schmalzgrueber SJ, Ius Ecclesiasticum universum I, 1, Romae 1843, 167)
2. Dio non è solo la “regula prima”, egli è anche l’originaria fonte di ogni legittima “potestas iudicandi”. Gesù stesso di fronte a Pilato, che lo giudicava, gli disse: “Non haberes potestatem adversus me ullam nisi tibi data esset desuper”, dove questo indefinto “desuper” comprendeva, ben più in alto dell’istanza dell’imperatore romano, la “potestas” data da Dio.
E Dio è anche - ed è ciò che più conta – il primo e l’ultimo giudice. Il potere di giudicare è infatti proprio di Dio. Nel libro del Deuteronomio, nell’ istituire i giudici del popolo, Mosè dice: “Nec accipietis cuiusquam personam … quia Dei iudicium est.” (Deut.1,17). Prerogativa divina, quella di giudicare, perché può incidere profondamente sul destino della persona umana, avviandola, se pur non volontariamente, verso la rovina, o aprendola alla libertà verso approdi di più alta autorealizzazione.