Stato della Città del Vaticano
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18 marzo 2007

Festa di San Giuseppe

Oratorio di San Paolo - 18 marzo 2007

Omelia di Sua Eccellenza Mons. Giovanni Lajolo
Presidente del Governatorato della Città del Vaticano


Cari ragazzi,

 oggi è la festa di S. Giuseppe, una festa bella, che piace a tutte le famiglie buone e belle, come le nostre. Io oggi vorrei dirvi solo poche cose su S. Giuseppe. Quante? Poche, ho detto: solo cinque, cinque come le dita di una mano. La mano può ben essere il simbolo di S. Giuseppe, perché la mano è il più perfetto strumento di lavoro che Dio ha dato a ciascuno di noi. E S. Giuseppe, come noto, era un lavoratore.

 Procediamo dunque, un dito per volta.

1. Primo dito. Gli metto una targhetta: Giuseppe e Gesù

 Sapete come la gente chiamava Gesù? Lo chiamava “il Maestro”, perché nessun uomo ha mai parlato come lui (cfr. Gv. 7,46). Lo chiamavano “il figlio di Davide”, perché era discendente del re Davide, e la gente attendeva che restaurasse il regno del re Davide. Ma al suo paese, Nazareth, lo chiamavano “il figlio del falegname” (Mt. 13,55), Giuseppe.
 Giuseppe faceva il falegname, e così guadagnava da vivere per Maria e Gesù. Ma molto di più: nella sua bottega di falegname insegnò a Gesù tutto sul legno: i diversi tipi di legno, la loro consistenza, le misure, le proporzioni, e come i pezzi devono adattarsi gli uni agli altri in modo perfetto, devono essere “giusti”: solo così si può fare un buon lavoro. E così Gesù imparò da lui il mestiere del falegname; e anche Gesù lo chiamavano il falegname (Mc. 6,3).

 Giuseppe era conosciuto come uomo giusto. Notate questo: “uomo giusto” (Mt. 1,19). Insegnava a Gesù che gli uomini, per essere giusti ed adattarsi bene tra di loro, hanno bisogno di una giustizia particolare, che non si misura con il metro, come per il legno, ma ha bisogno di misure più grandi, la misura dell’amore. Gesù, “il Maestro”, da grande insegnò la giustizia dell’amore (Mt. 5, 20).

2. Passo al secondo dito, e ci metto una nuova targhetta: Giuseppe e il Padre: il Padre che è Dio e Padre nostro che sta nei cieli.

                Nel Vangelo - lo abbiamo sentito - Maria, la madre di Gesù,  quando lo  ritrovò nel tempio mentre ascoltava ed interrogava quei  grandi sapienti della  “Legge”, gli disse: “Tuo padre ed io angosciati  ti cercavamo”. E Gesù rispose:  “Perché mi cercavate? Non sapevate che  io dovevo occuparmi delle cose del Padre mio?” Il vero padre di Gesù è  Dio. Giuseppe faceva le veci del padre, ed in tutta la sua vita cercò di  rappresentare degnamente Dio;  faceva tutto ciò che il vero Padre di  Gesù, Dio, gli chiedeva di fare. E’ per questo che noi lo  veneriamo come  Santo.
  Gesù da grande insegnò ciò che Giuseppe gli aveva mostrato con  tutta la  sua vita. E nella preghiera che ci ha insegnato, il Padre  Nostro, ci fa dire:  “Padre, sia fatta la tua volontà”. Fare la volontà di Dio  è la santità. E che cosa  vuole  Dio nostro Padre? Ciò che un padre  buono vuole per i figli: il loro bene, e che i  fratelli si vogliano bene tra di  loro. Se noi obbediamo a Dio, che ci  comanda di  amarlo con tutto il  cuore, e di amare il prossimo come noi stessi, saremo santi come San  Giuseppe.

3. Terzo dito. Qui c’è una targhetta molto bella, perché parla di Giuseppe e della Madonna.

   Giuseppe amava Maria con tutto il cuore, la rispettava e la venerava come un tesoro preziosissimo, sapendo che Dio stesso l’aveva resa madre di Gesù. Anche Gesù, naturalmente, amava la sua Mamma. Ciascuno di noi ama la sua Mamma, non è vero? Ma molto più Gesù amava la sua, Maria, la più amabile di tutte le Mamme, tanto che ha voluto darla come Mamma anche a ciascuno di noi, perché la Madonna ci faccia gustare tutta la tenerezza dell’amore di Dio per ciascuno di noi, come l’ha fatta gustare a San Giuseppe.  A San Giuseppe dobbiamo dunque chiedere la grazia di capire che Maria è la nostra Mamma celeste e di saper sempre amare con cuore puro, come lui ha amato Maria, riconoscendo in ogni persona che noi amiamo, il mistero di Dio.


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