Stato della Città del Vaticano
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29 aprile 2007

OMELIA IN ASSISI PER LA S. MESSA AI MEMBRI
DELLA  PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE SOCIALI

29 aprile 2007

Sua Eccellenza Mons. Giovanni Lajolo
Presidente del Governatorato della Città del Vaticano


 1. Sono molto grato a Sua Eccellenza Mons. Sanchez Sorondo per l’invito che ha voluto rivolgermi di essere con voi, illustri membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, in questo nostro pellegrinaggio ad Assisi, per attingere alla pura fonte dello spirito di Francesco, proprio nel giorno della festa di Santa Caterina da Siena. Ho accettato volentieri l’invito, desiderando esprimere la particolare considerazione della Santa Sede e mia personale per le vostre persone e per il contributo dato da ciascuno di voi singolarmente e dalla vostra Accademia come istituzione, per risolvere i gravi, complessi problemi sociali che assillano l’uomo di oggi e giungere non del tutto impreparati alla soglia dei problemi che occuperanno le generazioni future. Ho accettato volentieri l’invito anche perché è per me una gioia potermi raccogliere con voi sotto lo sguardo del Signore nel ricordo di Francesco, Patrono d’Italia, a cui è dedicato questo splendido tempio, e di Santa Caterina, parimenti Patrona d’Italia, e anche d’Europa, e Dottore della Chiesa. Le loro figure  ci ispirano, la loro intercessione ci incoraggia e sostiene.

2. Voi siete riuniti in questi giorni a Roma per approfondire il tema “Carità e giustizia  nelle relazioni tra popoli e nazioni alla luce dell’insegnamento di Benedetto XVI nella sua enciclica “Deus caritas est”. Tutta la storia umana è caratterizzata  da una incessante conflittualità tra i popoli e lo è, non meno che nel passato, nei nostri giorni. Nel suo messaggio Urbi et Orbi,  nel giorno di Pasqua, Benedetto XVI ha indicato alcune tra quelle ferite di cui sanguina l’umanità di oggi. Molti altri problemi di strutture e di rapporti si potrebbero aggiungere, tutti riconducibili a violazioni della giustizia ed a offese della carità. Non è il caso di richiamarli, perché a voi ben noti. Voi, del resto, non siete venuti qui per  cercare una soluzione  teorica o pratica ad essi, ma per attingere ispirazione dello spirito, per animarvi interiormente di nuovo coraggio, per riprendere con rinnovata determinazione il vostro impegno scientifico: esso comporta infatti fatiche non lievi, esso esige dedizione e perseveranza, esso richiede il coraggio della speranza, la quale deve sovente essere come quella di Abramo: una “spes contra spem” - per usare l’espressione di Paolo nella lettera ai Romani (4, 18) - cioè una virile fiducia nel sopravvento di coloro che confidano in Dio  sulle forze che amano la morte più della vita. Proprio l’altezza dei vostri ideali  ed il loro agganciamento  alla realtà incrollabile di Dio farà sì che il vostro impegno possa avere la meglio anche di fronte alla sorda chiusura e all’ostilità, e talvolta all’indifferenza che le vostre proposte lungamente meditate, disinteressate e sagge, incontrano da parte di propugnatori di ideologie non illuminate dal messaggio evangelico. Qui in Assisi, ed oggi, è il luogo ed il momento per riprendere lena in un cammino, che sappiamo lungo e difficile; esso terminerà solo di fronte all’Agnello “che sta in mezzo al trono di Dio e sarà il Pastore di tutti coloro che sono passati in mezzo  alla grande tribolazione ed avranno lavato le loro vesti rendendole candide nel suo sangue. Egli le guiderà alle fonti delle acque della vita e Dio tergerà ogni lagrima dai loro occhi”, secondo la grande visione che ci è stata presentata nella seconda lettura dal libro dell’Apocalisse.


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