Stato della Città del Vaticano
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dicembre 2007

Presentazione del libro

"I Presepi di Piazza San Pietro" 
Venticinque anni di realizzazioni 1982-2006


1. Il presepe è rappresentazione di una memoria amata. In esso si rivive e si rivede l’inizio della vita terrena di Gesù, collocata in una precisa località della Galilea ed in un momento preciso della storia: nel momento della “pienezza dei tempi” (Gal 4, 4), in giorni che hanno una data, ma non sono “passato”, sono un inizio che si rinnova e, quasi come onda che torna e ritorna, si sospinge a lambire la mente e ad avvolgerla di sé, e si fa di nuovo presente come avvenimento – luoghi, persone, circostanze – che ha toccato e sempre tocca il cuore.

 “T’amo, fieno odoroso,
perché hai cullato in te
uno scalzo Fanciullo” 

Così ne era toccato Karol  Wojtyła: le immagini  del cui  “Canto del Dio Nascosto” (11, 3-4) fanno rivivere quella tenerezza spoglia del piccolo neonato che vagiva – che è lui, il Bambino Gesù, ma anche ogni bambino -  ed il sommesso canto che lo cullava, e la fragranza delle erbe e degli umili fiori falciati insieme, che spirano ancora quel loro odore di vita, agreste ed accogliente. Sono immagini in cui è racchiusa un po’  di quella umanità, calda, diretta e senza complessi, che lo rendeva così vicino a tutti, umanità che non si affievolisce affatto, anzi si viene dilatando al massimo nello spirito di Giovanni Paolo II, il grande Pontefice, rimasto – pur nella consapevolezza della responsabilità del “papale ammanto” – il medesimo uomo, improntato dei sentimenti di ogni pellegrino sulla strada del mondo.
E fu certo la persuasione che l’onda che invadeva il suo spirito non potesse non inoltrarsi anche nel cuore di chiunque si fosse trovato posto di fronte a quell’Inizio della Vita, a far maturare in  lui nel 1982, a pochi anni dall’inizio del suo pontificato, la volontà di proporre ogni anno a tutto il popolo cristiano anzi, a tutta la gente, illuminata o no dalla visione della fede, il tradizionale presepe in un grande allestimento al centro della Piazza di S. Pietro; là, al centro dell’universale abbraccio del colonnato petrino, accanto all’ alto obelisco, testimone del passaggio epocale della storia dalla pace militare delle legioni romane alla pace umile, ma vera, cantata dagli angeli sulla grotta di Betlemme.

2. Prima di Giovanni Paolo II già Paolo VI era sceso a benedire il presepe allestito dal Poligrafico dello Stato italiano negli ambienti del Braccio Carlo Magno; e per quell’occasione aveva  avuto parole altamente suggestive sul significato umano e religioso del presepe, “focolare di amore buono e puro”. Quelle sue parole sono ricordate per esteso all’inizio della sezione del presente libro dedicata al Pensiero dei Pontefici; non posso che raccomandarne la lettura integrale, anzi, la meditazione.
 Lui stesso, Giovanni Paolo II nel suo messaggio urbi et orbi nel 1982 indicava il significato vero del presepe con queste parole:

“Un’onda di tenerezza e di speranza ci riempie l’animo, insieme ad un prepotente bisogno di intimità e di pace. Nel presepe contempliamo Colui che si è spogliato della gloria divina per farsi povero, spinto dall’amore per l’uomo. Accanto al presepe l’albero di Natale con lo sfolgorio delle sue luci, ricorda che con la nascita di Gesù rifiorisce l’albero della vita nel deserto. Il presepe e l’albero: simboli preziosi, che tramandano nel tempo il senso vero del Natale”.

 Benedetto XVI ha pienamente confermato  la linea pastorale del suo predecessore e nell’Angelus domenicale dell’11 dicembre 2005 diceva:

”Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli. … Il presepe può aiutarci a farci capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umanità e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale “da ricco che era, si è fatto povero” per noi. La sua povertà arricchisce chi la abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: “Questo  per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila. Non c’è altro Natale”. Anche il testo integrale di Benedetto XVI è qui riportato nella sezione dedicata al Pensiero dei Pontefici.

Con Benedetto XVI l’allestimento del grande presepe in Piazza S. Pietro ha superato le dimensioni dei precedenti modelli, raggiungendo, mi sembra, un livello figurativo che lascia ancor più ammirati. A questo Papa, che ha saputo entrare con tanta naturalezza ed amabilità nel cuore dei fedeli e nelle famiglie cristiane, impreziosendo della sua mitezza ed amabilità i suoi insegnamenti, attinti alle vene profonde della Rivelazione, il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano dedica questo libro, nell’anno del suo 80° genetliaco.
3. Il presepe è una tipica tradizione italiana, anche se non limitata alla sola Italia. Come raffigurazione al vivo, scenica, del grande e umilissimo evento di Betlemme esso ha la sua origine nello spirito di fanciullo e nel serafico ardore di Francesco d’Assisi. Narra Tomaso da Celano in una pagina così bella, che non mi posso decidere a riassumerla:

“Circa quindici giorni prima della festa della Natività il beato Francesco fece chiamare un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, come faceva spesso e gli disse. “Se vuoi che celebriamo a Greccio l’imminente festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato; come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Appena l’ebbe ascoltato, quell’uomo buono e fedele se ne andò sollecito e approntò, nel luogo designato, tutto secondo il disegno esposto dal santo. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati frati da varie parti; uomini e donne del territorio preparano festanti, ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per rischiarare quella notte, che illuminò con il suo astro scintillante tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine il santo di Dio e, trovando che tutto è stato predisposto, vede e se ne rallegra. Si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e deliziosa per gli uomini e per gli animali! La gente accorre e si allieta d’un gaudio mai assaporato prima, davanti al rinnovato mistero. La selva risuona di voci e le rupi echeggiano di cori festosi. Cantano i frati le debite lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo di Dio è lì estatico di fronte alla mangiatoia, lo spirito vibrante pieno di devota compunzione e pervaso di gaudio ineffabile. Poi viene celebrato sulla mangiatoia il sacro rito della messa e il sacerdote assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si veste da levita, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora è un invito per tutti a pensare alla suprema ricompensa. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva pronunciare Cristo con il nome di “Gesù”, infervorato d’immenso amore, lo chiamava il Bambino di Betlemme e quel nome “Betlemme” lo pronunciava come il belato di una pecora, riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto. Ed ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quella parola. Vi si moltiplicano i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Vide nella mangiatoia giacere un fanciullino privo di vita, e Francesco avvicinarglisi e destarlo da quella specie di sonno profondo. Né questa visione discordava dai fatti perché, ad opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu risuscitato nel cuore di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia” (Vita prima,  XXX, 468-470, in Fonti Francescane).


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