Stato della Città del Vaticano
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13 maggio 2008


Ciò detto, cioè con tali premesse, non si può non rilevare come l’impegno del Bellarmino in tutto il campo della scienza sacra non può non essere oggetto di viva ammirazione. Un impegno di tale vastità tematica, non so se oggi sia ancora possibile: le esigenze della specializzazione impongono di restringere, all’interno delle stesse scienze sacre, il campo delle ricerche, ma non possono richiedere di prescindere dalla totalità del dato rivelato, quasi che si possa procedere in un solo settore, ignorando il contesto globale nel quale sono collocati gli altri settori delle scienze sacre, come anche le altre scienze. Di qui l’umile, ma anche sereno confronto delle ricerche interdisciplinari. E’ questo pure, mi sembra, un aspetto di quella sapienza - modesta ed audace - che è parte imprescindibile di una vera scienza teologica.

In questo senso devo ai miei venerati Professori della Gregoriana vivo riconoscimento per avermi costantemente istillato, con il senso del limite, la consapevolezza che esso, proprio perché limite, deve bensì essere preciso e non debordare in aree non proprie, ma anche, sempre perché limite, non può essere avulso da un più ampio contesto conoscitivo, sia esso di fede come di ragione naturale.

A questo proposito vorrei aggiungere, anche per testimoniare il mio debito spirituale e culturale nei confronti dei miei docenti della Gregoriana negli anni preconciliari (il mio curriculum termina infatti nel 1960, alle soglie del Concilio Vaticano II), che il bagaglio di nozioni di cui venni arricchito, ma ancor più la visione filosofica e teologica in cui venni introdotto, furono di natura tale, che i nuovi approdi del Concilio Vaticano II non mi parvero affatto come una rottura, ma come un quasi naturale sviluppo – anche se non scevro di ritocchi e correzioni – di quelle ricchezze dottrinali che essi, con erudizione, con pazienza e con passione, ci avevano trasmesso.

Tutte queste mie considerazioni, venerati Professori e cari alunni, sono – me ne rendo ben conto – del tutto superflue per gli illustri docenti della Gregoriana, e, forse, poco o nulla aggiungono a quanto studenti e studiosi già ben sanno. Da parte mia esse intendono solo essere – e con questo spirito prego di accoglierle – più che un insegnamento, una testimonianza ed un incoraggiamento.

6. Ma vorrei ora concludere ritornando al Bellarmino. Ho parlato della sua dottrina, o meglio, prendendo spunto dalla sua dottrina alla luce della Parola di Dio che ci è stata proclamata. Ma ho parlato di un Santo. Il proprium della sua santità mi pare rivelarsi in queste sue parole, che la Chiesa ci ricorda nella Liturgia delle Ore, il giorno della sua memoria liturgica, il 17 settembre: “Se sei sapiente, comprendi di essere stato creato per la gloria di Dio e per la tua salvezza eterna: questo è il tuo fine, questo il centro della tua anima, questo il tesoro del tuo cuore. Se perverrai a questo fine, sarai beato, se lo fallisci, sarai infelice” (De ascensione mentis in Deum). Era un figlio di S. Ignazio. Visse per la gloria di Dio. E la luce della gloria di Dio pervase la sua esistenza.

Nella lettera decretale per la sua canonizzazione, in data 29 giugno 1930, si può leggere il brano di cui ora oso dare una mia traduzione italiana ad uso dei più giovani studenti, che ancora non conoscono il piacere del latino.

Premetto che nel suo testamento il Bellarmino aveva chiesto funerali senza alcuna solennità, ma il Papa Gregorio XV stabilì, a sue spese, solenni funerali, che avvennero nella chiesa del Gesù.

Ecco ora il testo della Bolla: “Appena aperta la porta del tempio, è incredibile l’ingente moltitudine di popolo che affluì per vedere la sacra salma. La fama della santità di vita di Roberto Bellarmino era così grande, che tutti cercavano a gara di toccare l’orlo dei suoi vestiti, di baciarne con devozione mani e piedi, o di portarsi via, come preziosa reliquia, un frammento della mitra strappatagli dal capo o di un fiocco del suo cappello cardinalizio. I soldati, chiamati intorno al feretro, erano impari a contenere la folla, che, ad una voce, gridava Roberto Santo”: “una voce Robertum Sanctum conclamabat”.

Come vedete, il grido “Santo subito” non è un fenomeno solo dei nostri giorni! … [Per il riconoscimento ufficiale della sua santità da parte della Chiesa] il Bellarmino dovette però attendere dal 1621, anno della sua morte, fino al 1923, anno della sua beatificazione: oltre tre secoli! … Notoriamente le vie della Curia Romana non sono così celeri come quelle del Signore; perché, certo, egli intanto, senza attendere i risultati di alcun processo di canonizzazione, poteva già godere facie ad faciem di quella visione che aveva cercato  e di cui anche aveva goduto, sia pure tamquam per speculum in aenigmate, nel suo pellegrinaggio terreno.

7. La figura dotta, sapiente e mite, devota e santa di Roberto Bellarmino, patrono di questa gloriosa Università Gregoriana, ci ottenga  abbondanti doni di sapienza e di santità, per sempre meglio penetrare nelle inesauribili ricchezze della luce di  Cristo, e goderne, e farne godere vicini e lontani.


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