13 maggio 2008
OMELIA PER LA FESTA DI S. ROBERTO BELLARMINO
ALLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ GREGORIANA
13 maggio 2008
Venerati Padri Professori, Illustri Docenti,
Cari alunni,
Fratelli e Sorelle,
1. Permettetemi di iniziare con un ricordo. Ai tempi dei miei studi teologici in questa Facoltà di Teologia, del Bellarmino ci veniva ricordato un fondamentale criterio di giudizio nei rapporti tra scienze profane e scienze sacre. Era questo: se una dottrina scientifica, che non è conforme al dettato della Scrittura, risulta evidente, bisogna esaminare come la Scrittura stessa debba essere interpretata correttamente, così che non vi sia opposizione con la verità scientifica (Comm. Lovan., super S. Theol. I 19.60). Era un criterio di grande rilievo ai tempi del Bellarmino, in cui l’astronomia si apriva a nuove conoscenze sulla base di più rigorosi metodi di indagine. Il citato criterio del Bellarmino può apparire ovvio a motivo della fondamentale unità della verità, ma non era di così facile applicazione allora, né in verità lo è ora, se si pensa che invita a fare un passo indietro in un convincimento della propria scienza teologica, fondata su verità divine, per rispetto dell’evidenza proveniente dalla scienza fondata sull’esperienza. V’è in questo criterio, mi sembra, come il coraggio dell’umiltà, ma anche il coraggio della perseveranza nel non rinunciare alla ricerca della luce propria, che viene dalla fede.
2. Questo, certo, è solo un aspetto – anche se in realtà non così marginale, e comunque sempre attuale – dell’insegnamento di S. Roberto Bellarmino, che la Chiesa propone alla nostra pietà come santo, ed alla nostra dottrina come Dottore della Chiesa. Un aspetto sapienziale, innestato nella dottrina. Ma su sapienza e dottrina cercherò di dire di più tra breve.
Intanto fermiamoci alla dottrina. Il Papa Clemente VIII lo nominò cardinale con la motivazione: “Quia non habet parem Ecclesia Dei quod ad doctrinam” (Perché la Chiesa non ha l’uguale quanto alla dottrina). Ed il suo contemporaneo cardinale Valfiero lo qualificava argutamente, combinandone l’alta dottrina e la bassa statura, come: “Il più grande piccolo uomo della terra”.
Bellarmino fu una personalità indubbiamente di poliedrica e grandissima levatura. Come teologo emerge in tutte le grandi questioni del tempo: si tratti di speculazioni dottrinali interne alle grandi scuole di pensiero cattoliche, o di controversie con i Protestanti sulla base di dati positivi; si tratti di fondare dottrinalmente l’estensione del potere della Chiesa in questioni temporali-politiche; di storiografia ecclesiastica; di esegesi dei Salmi o di critica testuale della Volgata; di opere di ascetica, o di manuali di catechismo. La versatilità, ed al contempo l’originalità dei suoi scritti, è ammirevole per la profondità del pensiero e per il metodo, che univa la teologia positiva, nutrita di testi biblici e patristici, alla speculazione.
Oltre alla sua attività dottrinale, non può essere dimenticata l’attività da lui avuta all’interno della Compagnia di Gesù, della cui Provincia di Napoli egli fu per due anni superiore (1594-1596), né la sua breve, ma incisiva esperienza come arcivescovo di Capua (1602-1605).
Fu anche membro di diverse Congregazioni della Curia; il suo parere, era ambito, ed egli non si tirava mai indietro. I Papi Sisto V, Clemente VIII e Paolo V lo tennero vicino a sé, incaricandolo anche di delicate missioni di carattere religioso-politico, e considerarono sempre prezioso il suo consiglio, anche se non sempre vollero seguirlo. La sua parola era sincera e rispettosa, ma scevra da ogni nascosta ambizione, lontana da ogni adulazione. La sua predicazione, per l’eloquenza chiara ed appassionata, attirava gran numero di uditori. La sua direzione spirituale, sapiente e calda, era ricercata. Tra i suoi figli spirituali, l’angelico Luigi Gonzaga.
In questi ed in altri settori delle scienze sacre come della vita della Chiesa, che sarebbe ora troppo lungo enumerare, di lui si può dire , mi pare, che visse con tutta la forza della sua mente i grandi problemi che travagliavano, ma anche illuminavano, la sua epoca. Il suo pensiero ed anche il suo modo di suffragare la teologia speculativa con la teologia positiva, hanno inciso profondamente, nei secoli successivi, sull’insegnamento di varie discipline teologiche.
Non posso chiudere questa sommaria e ben lacunosa memoria dell’opera del Bellarmino, senza ricordare che per dodici anni, dal 1576 al 1588 egli fu professore del Collegio Romano, e dello stesso successivamente, nel 1592, anche Rettore. Giustamente è pertanto venerato come protettore di questa Università Gregoriana, che del Collegio Romano è la continuazione.