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15 dicembre 2008


4. Tutto ciò è vero. Rischia, però, di essere inteso in modo equivoco. Perché sarebbe un’illusione se noi pensassimo di poter praticare, vivere gli insegnamenti del Signore, quasi come un’esercitazione, un allenamento che ci porta ad una condizione interiore di soddisfazione psicologica e morale.

E’ l’illusione che si avverte subito, per esempio quando si leggono gli insegnamenti morali dei filosofi, come quelli di Seneca nelle sue lettere a Lucilio: insegnamenti che non mancano di un loro fascino, ma che subito si percepiscono come destinati a rimanere sulla carta.

L’esperienza che il credente fa con Cristo, con la sua luce, è diversa. La luce in cui noi entriamo è solo la luce di Cristo. Il cristiano non è rivolto alla conquista della propria luce: essa sarà sempre una luce  umana, sempre povera, sempre insoddisfacente – ma semplicemente si apre alla luce di Cristo. Né viviamo la vita di Cristo quasi come attori, che ripetono, con una personale interpretazione, una parte già vissuta originariamente da Gesù. No. Noi ci lasciamo semplicemente illuminare e guidare dalla sua stessa luce. “Io sono la luce del mondo; chi cammina dietro a me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12). E’ questo “camminare dietro a lui”, questa comunanza di vita del discepolo con il Maestro, e solo questa, ciò che permette e produce il penetrare profondo, sereno, ristoratore e risanatore della sua luce nel profondo del nostro essere.

La dottrina è necessaria, ma non basta. La pratica è necessaria, ma non basta. Ciò che si richiede è l’unione. La fede è luce se cammina e cresce nell’amore.

“Io sono la luce del mondo”. Per questo, per offrirci la sua luce, perché ciascuno di noi ad essa si apra, Dio si è fatto uomo nel mistero dell’Incarnazione, del suo esser Dio in così fragile umanità. E per questo noi celebriamo il mistero del Natale e lo sentiamo a noi così vicino.

6. Dobbiamo tornare alla preghiera da cui siamo partiti. V’è in essa un terzo elemento. Abbiamo iniziato la preghiera dicendo: “Ascolta, o Padre!” E’ la nostra supplica perché si attui questa illuminazione interiore, questo congiungimento vitale. Da noi non possiamo operarlo. Bisogna che la luce di Cristo sia essa “a visitarci”. L’iniziativa salvifica viene da Dio. Dono, non merito. Dono non operato dall’uomo, ma da Dio. Dall’uomo, però, implorato, atteso. Implorato con insistenza, atteso con fiducia - ma anche da noi già ricevuto nella gioia. Perché nell’Eucaristia, che noi ora celebriamo, Cristo, luce dei nostri cuori, è qui con noi.

Non temiamo di aprire a lui tutta la profondità del nostro essere, quale noi forse non riusciamo a confessare nemmeno a noi stessi.

Non esitiamo. Apriamo il nostro cuore alla luce di Cristo, che nasce per noi.

Il nostro cuore non sarà mai pacificato,
se non sarà illuminato.

Cristo è la sua luce.


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