15 dicembre 2008
OMELIA PER LA SANTA MESSA
IN OCCASIONE DELL’INCONTRO
CON GLI INDUSTRIALI DI ROMA
15 dicembre 2008
1. Ho accettato volentieri l’invito ad essere questa sera con Voi, illustri membri dell’Unione Industriali e delle Imprese di Roma, per questa celebrazione eucaristica in preparazione al Natale, e Vi saluto tutti molto cordialmente.
Il mistero del Natale di Nostro Signore è tanto grande quanto l’amore di Dio, che si fa uomo per amore dell’uomo.
Come penetrare nella luce di questo mistero?
Non potrei certo presumere di potermi avventurare nelle profondità inaccessibili della realtà umana di Dio con la povertà della mia parola; ma per preparare la nostra mente ed il nostro cuore ad avvicinarci e ad aprirci ad esse, vorrei svolgere qualche semplice riflessione sulla preghiera che la Chiesa, Madre e Maestra, ha posto sulle nostre labbra all’inizio della Messa. Abbiamo pregato così:
Ascolta, o Padre, la nostra preghiera:
con la luce del tuo Figlio, che viene a visitarci,
rischiara le tenebre del nostro cuore.
2. Due poli determinano la tensione di questa preghiera e risaltano subito evidenti: un polo proprio dell’uomo: le tenebre del nostro cuore; ed un polo che è sito in Dio: la luce del tuo Figlio.
Il primo polo è dunque costituito dalle tenebre del nostro cuore. Da sempre i filosofi, gli psicologi, gli uomini di pensiero cercano di penetrare le profondità del cuore umano. Il Salmista dice: ”Un baratro è l’uomo, ed il suo cuore un abisso” (Ps 64, 7). Ma non abbiamo bisogno di altri che ce lo dicano. Ciascuno di noi, come cerca di penetrare in sé con imparziale verità, avverte che ancora non si conosce, né riesce a conoscersi a fondo. Ovviamente, molte cose del nostro cuore – e qui per cuore intendo il nostro “intimo io” – le conosciamo ed anche con chiarezza, sia lodevoli che biasimevoli: si tratta però di aspetti evidenti, perché in realtà giacenti alla superficie. Ma cos’è che noi veramente vogliamo; quale la vera ragione, la sostanza dei nostri slanci generosi e nobili – ma che, scrutando più a fondo - avvertiamo non così limpidi e puri; cos’è che guasta anche le nostre intenzioni, che vorrebbero essere solo alte e sante; dove si radica il male profondo che è in noi; quale la causa della nostra costante irrimediabile irrequietezza, instabilità ed esitazione; come giudicare pertanto di ciò che è buono o di ciò che è ferito e dolorante, o forse ormai insensibile e necrotico nel nostro intimo?
Avvicinandoci a noi stessi, al nostro cuore, cioè alla fonte che sta all’origine, a monte del nostro volere, e del nostro agire e reagire – al cuore, appunto, di ciascuno di noi, non dell’uomo in quanto tale – e cercando di scrutarlo in profondità, noi ci sentiamo presi come da un senso di vertigine. Temiamo di andare avanti, di scrutare più a fondo. Un baratro è l’uomo, ed il suo cuore un abisso.
Come gettare su di esso un fascio di luce che lo illumini, lo purifichi, lo sani, lo rigeneri?
La nostra fede risponde a questa domanda:
Gesù è la luce dell’uomo.
3. E’ il secondo polo della preghiera che abbiamo fatto.
Questa verità, categorica e centrale, della nostra fede, può essere intesa in un duplice senso.
V’è un primo senso, direi essenziale, assoluto, ed è questo: Gesù è venuto a togliere le tenebre della morte, rendendo noi mortali partecipi della sua vita divina, spezzando con la sua morte e risurrezione il “pungilione” velenoso della morte, come lo chiama S. Paolo (cfr. I Cor 15, 55). “Io sono la risurrezione e la vita” – ha dichiarato Gesù di fronte alla tomba di Lazzaro, che stava per richiamare da morte a vita – “Chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Gv 11, 25).
E’ la verità ultima su Gesù e su di noi. Noi la celebriamo nella Pasqua del Signore, e nel nostro Battesimo e nell’Eucaristia, che ne sono la dimensione sacramentale.
Ma Gesù è la luce dell’uomo anche in un altro senso, che direi esistenziale, relativo alla nostra esperienza quotidiana, al nostro crescere e maturare nella fede e nella vita di grazia. E’ quando la nostra vita viene illuminata dalla luce propria di Cristo, che si accende con il Natale e continua, e cresce poi in tutto l’anno liturgico, mentre egli si accompagna a noi nel cammino del nostro viaggio terreno.
3. Ma come avviene questa illuminazione?
Non è in genere una folgorazione, ma una luce che ci avvolge, e lentamente penetra in noi e cresce in noi. La sperimentiamo proprio nella celebrazione del Natale. Il Signore Gesù,che nasce, ci attira a sé attorno al suo presepe, ci fa conoscere la grandezza dell’umiltà, dell’amore casto, dell’offerta del povero, dell’amore per il prossimo, che è anche il lontano a cui possiamo farci prossimi, proprio come egli ha fatto rivestendo, benché possessore della gloria divina, l’umiltà dell’umana natura. Di fronte al presepe il nostro cuore si apre, e lascia entrare la luce pura e benefica di Cristo. In quel bellissimo canto di Natale di S. Alfonso Maria de’ Liguori, “Tu scendi dalle stelle”, vi sono queste parole così semplici e toccanti: “A te che sei del mondo il Creatore,
mancano panni e fuoco, o mio Signore.
Caro eletto Pargoletto,
quanto questa povertà più m’innamora
giacchè ti fece amor povero ancora”.
Ecco una prima luce che illumina il nostro cuore e cambia il nostro sentire.
Ma questo non è che l’inizio. La luce che il Figlio di Dio ci porta è quella dei suoi insegnamenti, che sempre aprono a nuove prospettive di vita: ci fa conoscere i veri valori della vita, ben più luminosi del luccichio delle pretese mondane, essa ci indica ed offre la possibilità di farli nostri, di vivere per qualcosa che nessuna notte può oscurare. Ed è appunto vivendo – vivendo, nonostante tutto – le grandi finalità che egli ci addita nelle Beatitudini e nel Discorso della Montagna, che il nostro essere si spoglia poco a poco di ciò che ci chiude su noi stessi, e che ci lascia poi così insoddisfatti; ed il nostro cuore si sente interiormente più libero e sereno: è la luce di Cristo che a poco a poco dolcemente, si impossessa del nostro cuore.