Stato della Città del Vaticano
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16 dicembre 2008

OMELIA PER L’INAUGURAZIONE DEL PRESEPE
AL MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI


16 dicembre 2008 – ore 9,45


1.
 Ringrazio vivamente il Signor Ministro Luca Zaia per il suo amabile invito a benedire il Presepe e a celebrare con voi questa S. Messa in preparazione al Natale. Lo saluto insieme al Sotto Segretario, On. Antonio Buonfiglio, al Capo di Gabinetto, Dott. Giuseppe Ambrosio, al Capo del Cerimoniale del Gabinetto Dott. Giovanni Piero Sanna, ai Sigg. Direttori Generali, agli altri Dirigenti, Funzionari ed Impiegati, ed al personale tutto del Ministero delle Politiche agricole, Forestali e Alimentari.

Sono lieto ed onorato per questo invito nella consapevolezza del ruolo di questo Ministero e di tutte le strutture civili che da esso dipendono, per il bene della nostra diletta Patria.

Agricoltura vuol dire prodotti della terra e nutrimento dell’uomo, e questo, già di per sé, non è certo poco. Ma agricoltura vuol dire molto di più. E’ il coinvolgimento di un vastissimo complesso di fattori, di civiltà, di politica, di multiforme operosità, al cui centro c’è sempre la persona umana; da una parte con il suo rapporto con la “madre terra”, dall’altra con le esigenze primarie della vita di tutti, senza distinzione.

2. Avvicinandoci ormai al Natale di Gesù, la liturgia, parlando della sua nascita e del significato che essa ha per tutta l’umanità, lascia uscire dal cuore della Chiesa questa invocazione mutuata da una profezia di Isaia (19, 10).

O germoglio della radice di Jesse,
che ti innalzi come segno per i popoli,
vieni a liberarci, non tardare!
(Antifona alleluiatica del 19 dicembre).

“O germoglio della radice di Jesse”. E’ un’espressione poetica tratta dal mondo agricolo, che ha un profondo significato. Jesse è il padre del Re Davide ed antenato di tutti i Re del Regno di Giuda, e dell’atteso Messia. Ma quel regno davidico, per le infedeltà del re e del popolo al suo vero Re e Pastore, Dio, si era prima diviso in due rami: il Regno del Nord ed il Regno di Giuda, e poi, dopo drammatiche vicissitudini storiche, nel 63 a. C. era caduto sotto la dominazione romana, e da allora, umanamente parlando, poteva considerarsi ormai irrimediabilmente soppresso: era un tronco che appariva spoglio e secco.

Ma ecco che da esso, secondo la profezia di Isaia (11,10), spunta un piccolo germoglio della progenie di Jesse: Gesù, Figlio di Davide - così verrà ripetutamente invocato da chi, nel proprio irrimediabile bisogno, si rivolgeva a lui -, e da questo germoglio, Gesù, nasce un nuovo Regno di libertà, di giustizia e di pace, non limitato ai figli di Abramo secondo la carne, ma aperto a tutti i figli di Abramo secondo lo spirito. Il germoglio della radice di Jesse è così segno di nuova speranza per i popoli.
Proprio questo piccolo germoglio che nasce, e che costituisce un nuovo inizio della storia, è il significato del Natale.

3. Avendo accennato ad un segno agricolo  di Gesù, che lo qualifica fin dalla nascita - il germoglio della radice di Jesse -, permettetemi di accennare anche ad un aspetto del messaggio, anzi dell’essere stesso, di  Gesù, che lo rende così vicino al mondo agricolo.

Gesù, ci dice il Vangelo di Marco, all’inizio era conosciuto come il “carpentiere” (Mc 6,3), o, come dice il Vangelo di Matteo, “il figlio del carpentiere” (Mt 13, 55). Ma quando Gesù nella sua vita pubblica propone il suo messaggio, egli ce lo comunica – direi: ce lo avvicina – con immagini prese non dal mondo della sua esperienza professionale, come diremo oggi, cioè dalla bottega del carpentiere, ed invece prese dal mondo della pesca, della pastorizia e, soprattutto, dall’agricoltura.

- Il Regno dei Cieli - diceva Gesù - è simile ad un seminatore uscito a seminare (Mt 13, 3 – Lc 8,5). Questa bellissima parabola l’abbiamo sentita  proprio nel Vangelo di oggi. Suo seme Gesù ha almeno altre tre parabole. La parabola del seme i cui modi e tempi di maturazione sono sottratti alla conoscenza dell’uomo, ma non alla conoscenza di Dio (Mc 4, 26-29). La parabola del granellino di senape, il più piccolo dei semi, che si sviluppa in un albero su cui gli uccelli si posano (Mt 13, 31,32. E poi la parabola, riferita anzi tutto a Gesù stesso,  del seme che non può dar frutto, se prima non muore (Gv 12, 24). O ricordate quel suo colloquio con i discepoli, subito dopo l’incontro con la Samaritana al pozzo di Sichem, in un caldo pomeriggio di primavera appena iniziata, quando egli parlava loro del lavoro che li attendeva, e diceva: “Voi non dite forse, ancora quattro mesi, e poi viene la mietitura? Levate i vostri occhi a guardare i campi, che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica” (Gv 4, 35-38). 

- O ancora: “Dalla pianta del fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete tutte queste cose, sappiate che il Figlio dell’Uomo è vicino, è alle porte” (Mt 24, 32-33).

- E che dire del giglio dei campi? L’occhio di Gesù si era posato con stupore su questo modesto fiore della sua terra: con stupore che trasmise ai suoi discepoli e a noi con queste parole: “Osservate i gigli dei campi … . Io vi dico che neanche Salomone, in tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”.  E dallo stupore di fronte alla bellezza della natura, Gesù, il Maestro, ci eleva alla fiducia in Colui dalle cui mani quella bellezza è uscita: “Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel fuoco, non farà assai più per voi, uomini di poca fede?” (Mt 6, 28-30).

- Ma v’è di più, Gesù paragona se stesso ad un arbusto, ad una pianticella modesta, ma fruttuosa, alla vite, ed i suoi discepoli ai tralci, che da lui traggono la linfa della vita, e, solo restando uniti a lui possono portare molto frutto (Gv 15, 5).

E tante altre parole riferentisi al mondo dell’agricoltura, dette da Gesù, si possono leggere nei Vangeli. Sarebbe troppo lungo ricordarle tutte, sebbene tutte meravigliose; ma di tutte, quella che a me è sempre sembrata la più singolare e, direi, la più vicina alla gente del mondo agricolo, è questa. Dopo aver detto: “Io sono la vite vera”, Gesù aggiunge ”ed il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo taglia; ogni tralcio che porta frutto, lo pota, perché porti più frutto (Gv 15, 1). E’ fortemente suggestivo pensare che Dio, il Padre, il Creatore dell’universo viene paragonato al viticultore, che si piega con umiltà, con attento interesse, con amore sui tralci, si prende cura della sua vigna, perché porti frutto. E’ l’amore di Dio per ciascuno di noi.


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Causa di Beatificazione e di Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II

 

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