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21 marzo 2008

OMELIA NELLA SOLENNE AZIONE LITURGICA
DEL VENERDI SANTO


Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, 21 marzo 2008

1. Il racconto della Passione del Signore, che abbiamo ascoltato, non può averci lasciati indifferenti. Siamo stati testimoni del tradimento dell’amico, della debolezza dei discepoli, della perfidia dei nemici, della brutalità degli sgherri, della pavida ignavia del procuratore romano, come anche, in così vasto mare di tenebra, dello stare amante ed intrepido di Maria, la Madre di Gesù, e del piccolo gruppo stretto a lei, ai piedi della croce. Ma è Gesù stesso che ci ha avvinti a sé. Il suo è un lasciarsi condurre incatenato ed al contempo un incedere senza esitazione. Nei suoi silenzi, non meno che nelle sue parole, v’è un che di sovrano, anzi di incomparabilmente sublime, come solo può emanare da colui il cui regno non è di questo mondo.
L’affermazione della sua regalità di fronte a Pilato, il suo comparire di fronte alla folla imbestiata, mentre sul capo porta la corona di spine e sulle spalle il manto di porpora, e l’iscrizione posta sulla sua croce “Gesù Nazareno Re dei Giudei”: ci fanno capire che qui inizia un nuovo corso della storia dell’ umanità, di natura diversa da quella – di prepotenza e di ingiustizia – scritta dai potenti di questa terra. “Ecce Homo”: ecco l’uomo; le parole, forse di commiserazione sulla bocca del procuratore romano, assumono in Cristo il valore di una, fino ad allora, ignota dignità umana, con la quale, d’ora in poi, ogni grandezza dovrà misurarsi.

2. Il significato della Passione di Cristo per ciascuno di noi e per tutta l’umanità ci è stato illustrato con forti parole dalla prima lettura tratta dal Profeta Isaia, e dalla seconda, dalla lettera agli Ebrei.
Nella grande storia del dolore umano, la Passione di Cristo non è solo un episodio di tale malvagità, da una parte, e dall’altra di tale dignità umana, da potersi in qualche modo considerare il simbolo di tutte le ingiustizie e perfidie e brutalità di cui l’uomo è stato o può essere vittima, come anche, per altro verso, di tutta la grandezza e nobiltà che nel soffrire l’uomo ha saputo o può mostrare. Essa è qualcosa di più. E’ carica del peso della profezia, vale a dire, essa é portatrice di una parola d’amore di Dio per l’uomo, che ad essa conferisce un significato più grande, anzi unico.
L’abbiamo ascoltata: è la profezia dell’Agnello. E lo svolgersi del racconto della Passione di Cristo era come un verificarne al vivo ogni sua frase.

Maltrattato, si lasciò umiliare,
e non aprì la sua bocca.
Era come un agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.

Qualche anno prima sulla riva del Giordano, Giovanni, dopo che Gesù si era fatto da lui battezzare perché si adempisse ogni giustizia (sono le parole di Gesù), e dopo che il Padre ebbe fatto sentire la sua voce dal cielo: Tu sei il figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto, Giovanni lo aveva indicato come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.  Toglie: cioè prende su di sé, togliendo da noi. La profezia di Giovanni non era che l’anticipazione del compimento della profezia di Isaia.
Eccolo ora l’Agnello. Su di lui è ricaduta l’iniquità di tutti noi,  è schiacciato per le nostre iniquità, trafitto dai nostri delitti.
Eccolo ora l’Agnello. Uomo di dolori, disprezzato, reietto, annoverato tra gli empi.
Eccolo ora l’Agnello. Su di lui è ricaduta l’iniquità di tutti noi; su di lui si è abbattuto il castigo che ha dato vita a noi. Per le sue piaghe siamo stati risanati.
E’ così che si è “compiuta ogni giustizia”.
Ma di quale giustizia  può mai trattarsi, se l’innocente è condannato al posto del malfattore, il giusto al posto del peccatore, in una tragica inversione delle parti?
Bisogna dirlo: non è giustizia come la intendono gli uomini. E’ la giustizia dell’amore. Dell’amore che Dio ha per noi. E’ il Figlio prediletto che per amore obbedisce docilmente alla volontà d’amore e di misericordia del Padre per la salvezza di tutti i suoi figli peccatori. Salvezza vuol dire salvezza dalla morte eterna e dono della vita eterna.  Per questa obbedienza d’amore Gesù ci ha amato “fino in fondo” (Gv 13, 1), esaurendo tutte le possibilità della sua umanità, anzi, della sua Divinità. Per questa sua obbedienza d’amore, come ci ha detto la lettera agli Ebrei, egli è “causa di salvezza eterna per tutti quelli che gli obbediscono”, cioè per coloro che a questo amore rispondono e da esso si lasciano coinvolgere e trascinare, nella sua stessa obbedienza al Padre, nello stesso dinamismo di salvezza.


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