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22 gennaio 2008



4. Sì, in questa nostra assemblea liturgica, intimamente unita alla Chiesa celeste, ci fa bene il sentire spiritualmente presente accanto a noi tutta la grande famiglia – non solo i vescovi e sacerdoti – tutta la grande famiglia che ha avuto in Gaudenzio il primo Padre nella fede. Così infatti abbiamo pregato nell’orazione della colletta: “Guarda, Signore, la tua famiglia, che S. Gaudenzio generò con la parola di verità e con il sacramento della vita”. Pensando a lui, a S. Gaudenzio, è in me spontaneo di riandare, nel profondo  dei sentimenti, al “sacramento della vita” al Battesimo, che ho qui avuto la grazia di ricevere – come penso altri tra voi –  e da cui questa nostra famiglia è stata generata.

S. Gaudenzio, come primo vescovo di Novara, come colui che vi diffuse la fede e raccolse la comunità dei fedeli, possiamo chiamarlo “il battezzatore” della Chiesa novarese. Dall’acqua del Battesimo emerge, con Cristo, la Chiesa, che poi cresce, nutrita dalla sua parola e dai suoi sacramenti, si manifesta in pienezza – come Chiesa visibile – nell’assemblea eucaristica, e diventa essa stessa “sacramento”, cioè segno efficace di un’umanità redenta e affratellata. Gaudenzio è così all’inizio non solo di un nuovo momento spirituale della vita di singoli fedeli, ma di una nuova storia “umana”, con tutta la pregnanza che questa aggettivazione può avere.
Che cosa significa il Battesimo, lo ricordiamo tutti dal catechismo. Con il Battesimo noi, figli di Adamo, siamo fatti figli di Dio, in Cristo, e con lui coeredi della vita eterna. Lo ricordiamo, e lo collochiamo – noi così detti “praticanti” – in qualche modo nel bagagliaio delle cose ovvie.

 Ma cose ovvie non sono. Essere noi figli di Dio, poter noi chiamare Dio “Padre” è in realtà il nucleo centrale e, vorrei dire, la totalità di ciò che Cristo per noi ha insegnato e fatto. Al termine della sua vita terrena, nella grande preghiera al Padre, durante l’ultima cena, Gesù riassume la sua missione ed il suo Vangelo in queste  parole: “(Padre), ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo” (Gv 17, 6). In questo semplice e grande nome “Padre”, che noi possiamo dire a Dio, è racchiusa tutta la dottrina e tutta la morale del cristianesimo. Esso ci fa penetrare nell’intimità del mistero trinitario di Dio, e dà alla mia vita una nuova dimensione.

Vorrei sviluppare questo pensiero con due brevi considerazioni, invitando per il resto a riprendere in mano la bella lettera pastorale di Mons. Corti, dal titolo Rivestitevi di Cristo, che nel suo terzo capitolo tratta della Radice battesimale del cammino verso la maturità cristiana.

La prima considerazione è questa. Se per il Battesimo Dio è mio Padre, se questo è, in Cristo, il termine esatto del mio rapporto con lui, ne deriva per me una duplice e complementare libertà:
- anzi tutto la libertà dalla servitù: dalla servitù di tutti gli idoli: religiosi, sociali, politici, domestici e privati (sono molti e sarebbe troppo lungo qui enumerarli tutti!). Uno  solo è Dio – ed è mio Padre. Alla dignità del mio essere si commisura, d’ora in poi, la responsabilità del mio agire. Alla natura della mia libertà deve rispondere, sempre e verso tutti, la sostanza delle mie proposte come delle mie risposte. L’impatto innovativo di questa libertà, in tutti i campi, è evidente.
- e poi, o meglio, simultaneamente, la libertà dell’amore: è quella insita nel nostro essere, come figli, partecipi della “forma di Cristo”, Figlio unigenito del Padre, in cui obbedienza di amore al Padre e passione d’amore per l’uomo si fondono indissolubilmente, nel sacrificio della vita. E’ la libertà dell’amore che smaschera la pseudo-libertà del peccato, ed è feconda di una umanità più degna, più generosa, più pura, in breve di una umanità più umana, perché animata di vita divina.

La seconda considerazione è complementare. Con il battesimo Dio è mio Padre, ed io, in Cristo, sono suo figlio. Se figlio, dunque erede. Coerede con Cristo (cfr Rom 8, 17). Coerede di che cosa? Di quel bene che è la ricchezza propria di Dio: la vita eterna.
Questo cambia tutto. Nella grande scena del mondo si apre un orizzonte diverso. Tutto cambia, perché cambia il termine, la conclusione della storia. Nel libro sapienziale Qoelet il termine della morte, come coefficiente inderogabile di ogni realtà umana, appare vanificare il senso della vita. Qoelet ha ragione: la morte rende tutto relativo. E tutto diventerebbe irrimediabilmente relativo, se tutto non fosse in realtà relativo a qualcosa di assoluto. Che altro non è che la vita eterna. Ma che cosa è la vita eterna? Vorrei dire con Tommaso d’Aquino: è “il possesso totale, simultaneo e perfetto della vita senza termine” (Interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio (STh, 1,10,1). Definizione profonda e vera. Ma noi l’avvertiamo, in fondo, come un’espressione astratta. Per percepire della vita eterna la concretezza, individua ed afferrabile, dobbiamo ritornare alla parola di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita.Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno. Credi tu questo?” (Io 11, 25-26).  “Credi tu questo?” La “Parola della vita” è qui viva e pressante. E mi offre la vita eterna come un atto d’amore personale, appassionato e pacificante: divino. Per la forza della fede – che non è opera umana, ma è l’opera di Dio in noi (Gv 6, 29.44)    – nell’incontro d’amore con Cristo questa realtà assoluta,  la vita eterna, è posta. E qui la libertà dell’amore trova il suo compimento. E nulla più è vanificato dalla morte: nessuna pena, nessun sacrificio, e nessun dolore innocente; tutto, al contrario,  assume una nuova luce; sono fasciate le piaghe dei cuori spezzati, sono consolati tutti gli afflitti per dare loro una corona invece che la cenere, un canto di lode invece di un cuore mesto – come dicono le parole che abbiamo udito da Isaia. E risplende la luce soave delle beatitudini evangeliche, che trasfigura ogni soffrire e penare nei rapporti terreni, “perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli”; e nuova speranza si apre, nuova voglia di vivere e di operare; nuovo impegno a mettere a frutto i talenti nel rude lavoro del giorno che passa, perché è premente l’attesa della gioia grande del Signore a cui anche il servo sarà chiamato.

5. E’ di questa realtà ultima, a cui tutto è relativo, che noi ora, entrando nella profondità del “sacramento della vita” siamo fatti – con nuovo pegno - partecipi. Il  “sacramento della vita”, a cui Gaudenzio ci ha aperto l’accesso, è  fontalmente il Battesimo, ed in        consumata pienezza, l’Eucarestia, dove l’assemblea dei figli di Dio, nati dal Battesimo, si stringe intorno alla mensa del Padre per la Cena dell’Agnello.

Qui si prefigura, e si anticipa, la Gerusalemme Celeste, dove nell’essere con Cristo si appaga ogni desiderio del cuore (cfr Phil 1,21-23).

E lo Spirito, che nel Battesimo ci ha fatti “uno” in Cristo, ci eleva in un solo canto.
E dal fondo del nostro umano essere “grida” – ma il suo forte grido è dolce come canto - : “Abbà! Padre!” (Gal 4,6).


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