27 settembre 2008 (Omelia)
OMELIA PER LA FESTA DI S. MICHELE
Castelgandolfo, 27 settembre 2008
1. La breve parabola di Gesù, che abbiamo ascoltato, è rivolta ai principi dei Sacerdoti ed agli anziani del popolo; ma, per la natura stessa di ciò che vuole significare, non vale solo per loro, ma per tutti. Ed in particolare per ognuno che ascolta, cioè per noi, ora.
2. Che cosa dunque vuole significare? Lo possiamo esprimere con altre parole, non nostre, ma di Gesù stesso: “Non chi dice : Signore, Signore, ma chi compie la volontà del Padre mio entrerà nel Regno dei Cieli” (Mt 7, 21).
Ciò che il Signore richiede non è l’ossequio esteriore, ma l’adesione interiore, la volontà fattiva, e poi l’attuazione volontaria e volenterosa.
La lettera di Giacomo lo esprime con una formula lapidaria: “La fede senza le opere è morta” (Gc 2, 17). Non giova al Regno dei Cieli, che è la “Terra dei viventi” (Cfr Sl 25, 13; 141, 6) .
3. La parabola, parola del Divino Maestro, è ricca di molti significati. Ma non posso esimermi almeno dall’indicarne un altro, pure essenziale. Esso è contenuto proprio nella prima parola: “Padre”. Gesù parla di Dio come di un padre, anzi, noi lo sappiamo da altre sue parole, Gesù ci insegna che questo è il nome proprio di Dio con il quale noi dobbiamo rivolgerci a lui: “Quando pregate dite:Padre” (Lc 11,2).
E’ nel rapporto interiore con il Padre che sta la debolezza o, rispettivamente, la forza per cui il primo fratello rimane nella sua indolenza ed il secondo passa all’azione. Ciò appare da quell’inciso, così significativo, riferito al secondo fratello: “…ma poi, pentitosi”. Si è rammaricato. Deve aver pensato al padre, al bene che sempre aveva ricevuto dal suo amore, e a tutto il bene che l’obbedire alla sue parole aveva portato nella sua vita. Deve aver pensato anche alla vigna del padre - “la mia vigna” -, al bisogno di lavoro che essa aveva per essere fruttuosa e non rimanere improduttiva. Vigna preziosa in sé, ma soprattutto perché vigna di suo padre. La sua iniziale neghittosità, la sua malavoglia, il suo pensare al proprio comodo, gli dovette penare, e gli passò. Anche questo aspetto interiore è essenziale. Perché, se non c’è consapevolezza dell’origine dei nostri doveri – Dio che ci è padre - e della valenza dei compiti che egli ci affida, rimaniamo chiusi nell’indolenza del nostro egoismo.
4. Cercando di applicare a noi stessi, a noi, nel concreto vissuto della nostra propria vita, noi, in quale dei due fratelli ci riconosciamo? Io in quale mi riconosco?
E’ una questione cruciale dalla quale non possiamo esimerci. La nostra prima reazione è quella di porci, ovviamente, nella categoria del secondo figlio, che fa, anche se non prontamente, la volontà del padre. Ma forse, a ben pensarci, dobbiamo riconoscere che non possiamo del tutto staccare da noi stessi, nella nostra individualità, nemmeno l’immagine del primo dei due fratelli. Ce lo impedisce il nostro egocentrismo, il porre sull’altare del nostro intimo noi stessi, l’idolo del nostro io, il nostro dare la precedenza ai nostri gusti ed ai nostri piaceri, il nostro disperderci e lasciarci sedurre da tanti altri richiami, che non sono la volontà del Padre. Così, non possiamo né identificarci del tutto nel secondo fratello, né considerarci del tutto dissociati dal primo.
5. Ma c’è un terzo “Fratello”, a cui la liturgia di oggi ci invita a riferirci per riplasmare la nostra vita: ce l’ha indicato la lettera agli Efesini: ”Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Egli è il nostro vero fratello, non solo un’immagine di parabola. Veramente, il fratello nel quale possiamo ottenere il perfetto adeguamento della nostra vita alla volontà del Padre, non solo attraverso il suo esempio ed il suo aiuto, ma ben più: attraverso il suo sentire ed il suo volere, che noi facciamo propri. La nostra vita può non solo imitare, può inserirci nella sua. La sua vita può diventare la nostra. Lo può, lo deve, in forza del Battesimo, per il quale in lui, in Cristo, fratello nostro, in noi è morto l’uomo vecchio ed è risorto l’uomo nuovo (Cfr Ef 4, 24; Col 3, 9 – 10); lo può, lo deve diventare, per la forza dell’Eucaristia, perché, come ha detto Gesù: “Chi mangia di me, vivrà per me” (Gv 6, 57): dove questo “per me” vuol significare non solo “per causa mia”, ma insieme “per mezzo mio”. Cristo ci assume nella sua vita di Figlio obbediente.
6. E questo egli concede a noi, proprio per il mistero della sua morte e della sua risurrezione, nel quale la volontà del Padre è perfettamente rivelata e compiuta. E’ il mistero grande, che si fa presente in questa celebrazione Eucaristica. Di esso vogliamo essere partecipi con tutta la forza del nostro sentire e del nostro essere.
“A gloria di Dio Padre!”