9 ottobre 2008
5. Noi ora, trovandoci di fronte a questo Apollo del Belvedere, non pensiamo tanto alle sue origini, quanto piuttosto all’influsso ed al fascino che quest’opera ha esercitato nella storia dell’arte europea. Il massimo cultore, e, vorrei dire, cantore della bellezza umana-sovrumana dell’Apollo del Belvedere, credo sia stato lo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, considerato il teorico del neoclassicismo. Mi sia permesso di citare solo qualche espressione scelta da un ben più lungo brano tratto dalla sua Storia dell’Arte dell’Antichità del 1764:
“Fra tutte le opere dell’antichità scampate alla rovina – egli scriveva - la statua di Apollo (del Belvedere) esprime il sommo ideale artistico. … Il suo corpo eccelle a confronto di quello umano, e dalla sua posa traspare la grandezza che lo pervade. … Non vi è vena né nervo che agiti e turbi questo corpo, ma, come un placido fiume uno spirito celestiale scorre nella figura, colmandola quasi tutta fino alla superficie. … Dall’alto del suo spirito appagato il suo occhio contempla l’infinito, al di là e al di sopra della sua vittoria: le sue labbra esprimono disdegno e la contenuta ira tende le sue narici e sale fino alla fiera fronte. Qui, però, nulla sconvolge la pace che regna serena e tranquilla, e il suo sguardo è colmo di dolcezza, come tra le Muse che si protendono per cingerlo nelle loro braccia. … Una brezza gentile accarezza i soffici capelli, che, in riccioli morbidi e docili come tralci della vite generosa, ornano questa testa sublime e paiono cosparsi del balsamo degli dei e acconciati sul capo dalle Grazie con garbo squisito. Di fronte a una tale meraviglia tutto svanisce dalla mia mente. …”
E se queste parole ci fanno oggi sorridere, ancor più quelle che tralascio, in cui lo scrittore dichiara l’impossibilità di adeguare le sue parole alla sovrumana bellezza dell’opera. Questa pagina del Winckelmann, pure iperbolica com’è, è però assai significativa, perché essa conferma come questo Apollo fosse assurto al rango di un simbolo, anzi, di un paradigma – peraltro irraggiungibile - della bellezza. Ma dopo gli entusiasmi dell’ epoca neoclassica, tanto favoriti e giustificati dal Winckelmann, il gusto, ormai saturo, cambiò, e con l’avvento del Romanticismo, la suggestione della perfezione apollinea – almeno come canone estetico – si spense.
6. Mi sia permesso, però, di aggiungere il seguito che il mito di Apollo – non necessariamente quello fissato nella nostra statua, anche se questa rimane pur sempre ineludibile punto di riferimento – ebbe in un pensatore post-romantico e pre-moderno, ma oggi ancora attuale: Friedrich Nietzche. Nella sua opera La nascita della tragedia egli contrappone l’apollineo al dionisiaco: dove l’apollineo è per lui come “la fonte dell’arte dello scultore”, “delle arti figurative”, e più in genere “delle arti da cui la vita viene resa possibile e degna di essere vissuta”. Nell’apollineo v’è “la gioia e la saggezza della parvenza, insieme alla sua bellezza, e quella libertà dalle emozioni più violente, quella calma di saggezza del dio plastico”. “Il suo occhio deve essere solare, … spira da esso la soavità della bella parvenza”. L’elemento dionisiaco, ad esso contrapposto, starebbe all’origine dell’arte non figurativa della musica, fatta non di contemplazione sognante, serena e sovrana, ma di ebbrezza compartecipe, dove “si infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni … stabilite tra gli uomini, e dove l’uomo, preso appunto dall’ebbrezza del canto, ha disimparato a camminare ed a parlare, ed è sul punto di volarsene in cielo, danzando”. Sono tutte parole tratte da La nascita della tragedia del 1872.
V’è cosi anche in Nietzche , mi pare, un riferimento all’immagine scultorea di Apollo, quale entrata nella percezione comune, anche se egli non è catturato da una interpretazione propriamente estetica, ed è invece tutto immerso in una concezione storico-filosofica indubbiamente di grande forza suggestiva, la quale pure può aiutarci anche a contemplare il nostro Apollo con uno sguardo più acuto. Una concezione, però, quella di Nietzche, più visionaria che dimostrativa, e, forse, più dionisiaca che apollinea.
7. Una statua, come questa dell’Apollo del Belvedere, quando noi la guardiamo, non può non suscitare in noi anche quell’interrogativo che essa ci pone per la sua “nudità”: nudità pagana del dio sole, sfolgorante, nato da Zeus e da Latona, la dea della notte. All’uomo contemporaneo, continuamente provocato, fino all’esaurimento della sua curiosità e capacità di meraviglia, dalla nudità, talvolta seducente, talvolta maliziosa, talvolta squallida e per lo più superflua, ma sempre miseramente “carnale”, quale abbondantemente fornita nei film, negli spettacoli televisivi, nelle riviste illustrate e dalla propaganda commerciale, la natura di questa nudità dell’Apollo appare subito di altro tipo. Qui, come in altre opere classiche – rappresentino esse l’uomo o la donna – appare a noi la bellezza del corpo umano, direi quasi contemplato in sé, come ciò che di più armonioso e perfetto può essere offerto allo sguardo umano ed alla intuizione contemplativa ed al puro godimento estetico del suo spirito. Ci si trova così, ex natura rei, in una continuità ideale con lo stupore che il cristiano non può non provare di fronte alla bellezza del corpo, quale dono di Dio Creatore a quella creatura che di Dio stesso è immagine: l’essere umano. Immagine di Dio, secondo la concezione cristiana, è infatti l’uomo non come astrazione, ma nella concretezza individuale ed indivisa del suo spirito e del suo corpo; e ciò - sia ben chiaro - non solo del suo corpo nello stadio ideale del suo più perfetto sviluppo, ma in tutto il suo divenire, dalla vita intra-uterina fino alla vecchiezza, con inclusione delle forme che esso assume quando è infermo, vulnerato, mutilato, deturpato ed oggettivamente umiliato rispetto alla forma ideale, che egli – l’uomo individuo - percepisce, forse anche solo inconsciamente, come la sua, che egli pre-sente come a lui dovuta; sempre immagine di Dio Creatore per quel dinamismo dello spirito che anima il corpo e che irresistibilmente aspira alla perfetta unità dell’essere. Questa, nella sua perfezione non più sfigurabile né offuscabile, gli sarà però donata solo quando potrà risorgere e trasformarsi, ed il suo corpo potrà trovare una nuova unità, nella medesima identità del suo spirito, “ad immagine del corpo glorioso di Cristo”, come dice Paolo nella lettera ai Filippesi (3, 21 – cfr I Cor 15, 44).
8. Così ecco che anche la nudità dell’Apollo Pitio del Belvedere, come di tante altre opere dell’arte classica, per sé “pagana” (dove questo termine non va inteso se non in senso puramente storico), può lasciarsi assumere in una visione cristiana del corpo, e giustificare così, in radice, l’interesse dei Papi ad accogliere nelle raccolte vaticane opere “nude”, come questa. A suffragio di questo mio asserto, che può apparire forse spericolato o spropositato, non posso far a meno di citare alcune parole pronunciate da Giovanni Paolo II in occasione dell’inaugurazione del restauro degli affreschi della Cappella Sistina, dove il nudo, com’è noto, non tanto sovrabbonda, quanto piuttosto è segno ideale, antropologico e teologico al contempo. Ebbene, Giovanni Paolo II, con quel suo sguardo puro, qualificò la Sistina come “santuario della teologia del corpo umano”. Ed aggiunse: “Nel rendere testimonianza alla bellezza dell’uomo creato da Dio come maschio e femmina, essa esprime anche, in un certo modo, la speranza di un mondo trasfigurato, il mondo inaugurato dal Cristo risorto e prima ancora dal Cristo del monte Tabor”.
Là, nella Sistina, si tratta di un artista cristiano e di un’opera cristiana nel senso specifico di questo termine. Qui, nell’Apollo del Belvedere siamo di fronte ad un’opera – come ho detto - dell’arte classica, per sé “pagana”. Ma nell’un caso, come nell’altro, siamo, in realtà, di fronte all’arte sic et simpliciter, ad arte diversa nei suoi presupposti concettuali e nei suoi stili, ma sempre idealmente appassionata, alta nelle sue intenzioni, e nel suo sguardo così libera come pura. Un’arte che non è senza parlare all’uomo di tutti i tempi, e lo lascia ammirato, intimamente toccato da letizia o da commozione, partecipe di una nuova visione, cioè di più viva conoscenza della realtà.