9 ottobre 2008
DISCORSO NELLA RICORRENZA DEL 500° ANNIVERSARIO
DELL’ACQUISIZIONE DELL’APOLLO DEL BELVEDERE
ALLE COLLEZIONI VATICANE
9 ottobre 1508 – 2008, Cortile della Pigna
1. Due anni fa i Musei Vaticani hanno celebrato il V° centenario della presenza in Vaticano del Laocoonte, alla quale risale l’inizio dei Musei Vaticani. Mi pare bene che ora i nostri Musei abbiano voluto ricordare l’arrivo nelle Collezioni vaticane anche della statua dell’Apollo Pitio, detto del Belvedere. Esso, insieme al Laocoonte ed alla Venus Felix, occupava una delle tre nicchie nella parete principale del Cortile del Belvedere, da cui appunto trae l’appellativo. Il merito dell’iniziativa va alla Dott.ssa Cecilia Nicoletti, ed al Prof. Antonio Paolucci, che l’ha fatta propria.
2. L’importanza di questa statua nella storia dell’arte - ancor più che per ciò che essa è in sé, e non è certo poco – sta nel fascino e nell’influsso che ha esercitato nel corso dei secoli. Si tratta, come dicono gli esperti, di una copia, della prima metà del secondo secolo d. C., di un’opera in bronzo attribuibile a Leocare del IV sec. a. C. Essa era stata scoperta nel 1489 e rimase collocata nel giardino del Cardinale Giuliano della Rovere presso la chiesa dei SS. Apostoli, finché il medesimo, eletto Papa con il nome di Giulio II, non la fece trasportare in Vaticano. E’ da questo podio che essa cominciò ad attirare su di sé l’attenzione ammirata del gran pubblico degli artisti e dei critici d’arte, anche se già prima, quando essa era ancora nei giardini del Cardinale Della Rovere, poté esser vista dal Dürer, che da essa pare essersi ispirato nella sua acquaforte di Adamo ed Eva del 1504.
Principi e re se ne procurarono copie per i loro palazzi. L’Apollo del Belvedere fu oggetto di studio e d’ispirazione per non pochi artisti dal 1500 fino all’epoca neo-classica. Gli storici dell’arte citano diversi esempi; ma quello che più si avvicina all’Apollo del Belvedere nella composizione stessa dell’immagine mi sembra essere il Perseo trionfante del Canova, che si può ammirare nel nostro Cortile Ottagono; esso venne ivi collocato, nel 1802, proprio per colmare il vuoto lasciato dal latrocinio napoleonico dell’Apollo del Belvedere. Tra gli dei pagani Apollo era, per vari motivi, il più raffigurato; tra le molte sue statue ci è facile ricordare l’Apollo di Veio dinamico e sorridente, e l’Apollo Sauroctono di Prassitele, efebico e sensuale, e l’Apollo citaredo, ancora dei nostri Musei, i quali di Apollo posseggono ancora altre 2 statue e numerosi altri reperti; ma è particolarmente in riferimento all’Apollo del Belvedere che si è costituita la qualifica di “bellezza apollinea”, a significare un volto perfetto od un corpo di mirabili proporzioni, degno di essere ritratto da un artista. In tal senso si dice anche che il volto di Adamo nella scena della Creazione nella Cappella Sistina, o di Cristo Giudice nel Giudizio Universale, ha un volto “apollineo”, anche se, certo, lì il “tipo” è trasfigurato in una più sublime concezione della bellezza virile dalla visione creatrice propria di Michelangelo.
3. La scelta dei Papi di inserire nelle loro collezioni d’arte statue di miti pagani trovò da parte di ambienti ecclesiastici, non solo approvazione e lode, ma anche – come noto – forti critiche, e l’accusa alla raccolta vaticana di non essere altro che “vana antichità da giardino pagano”. Queste critiche non mancavano di una loro giustificazione a motivo del contesto mondano della corte papale dell’epoca e del treno di vita di alte personalità della Curia Romana; ma va anche detto che, quando i Papi si decisero ad inserire ed esporre nelle loro collezioni statue di gran pregio di miti pagani, essi in fondo si muovevano secondo criteri di valutazione sostanzialmente non diversi da quelli che aveva indotto gli antichi amanuensi dei monasteri medievali a trascrivere su pergamene, e così a salvare, preziose opere di scrittori pagani, anche quando esse erano considerate, ed erano veramente, opere “pagane”, cioè non ancora toccate dalla sapienza e grazia del Vangelo. A me pare, cioè, che ciò avvenisse nella persuasione di dover preservare tesori di poesia e d’arte, non solo a testimonianza di un’epoca ormai consegnata alla storia, ma ben più come esempi di uno splendore di bellezza, che valeva la pena preservare, anzi, che doveva essere consegnata all’umanità per il suo futuro. E’ di Paolo la parola programmatica: “Omnia probate, quod bonum est tenete”. “Esaminate tutto, tenete il buono” (I Tess 5, 21). Così anche avvenne ad opera della Chiesa del Medioevo e dei Papi del Rinascimento per molte opere letterarie ed artistiche della classicità pagana.
E così è stato, in particolare per questa nostra statua dell’Apollo. In essa – superfluo ricordarlo – non era nemmeno più percepibile, quando venne rinvenuta, l’aspetto idolatrico, cioè di una divinità venerata dai greci e dai romani, per i quali ben valeva la sferzata di Tertulliano: Ridendum an irascendum sit, tales deos credi quales homines esse non debeant, “Si dovrebbe ridere o adirarsi del fatto che gli dei sono creduti tali, quali non dovrebbero essere neppure gli uomini” (Ad nationes 2, 7, 7). E, del resto, questa statua non era nemmeno mai stata una statua venerata in un tempio, ma solo un ornamento nei giardini di Nerone ad Anzio, dove venne ritrovata 19 anni prima di essere portata in Vaticano. Di essa valeva piuttosto l’aspetto esemplare e godibile della favola mitologica, non molto dissimile da quello per cui, già alcuni secoli prima, Dante invocava la “divina virtù” di Apollo come “padre dei poeti”, perché colmasse la sua poesia di più alta ispirazione, e ciò proprio all’ingresso della cantica divina del Paradiso; e Dante non era certo un poeta paganeggiante.
“O buono Apollo …
Entra nel petto mio e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
dalla vagina delle membra sue”.
Tutto il Rinascimento - e esso era al suo culmine quando l’Apollo Pitio fu collocato in Vaticano - fu un’epoca in cui la cultura umanistica, facendo tesoro di quella antica preservata nel Medioevo e ricercandone con entusiasmo nuove vestigia, si familiarizzò con le forme di miti pagani, con un gusto estetico o estetizzante, che, se non era connotato da sentimenti religiosi, nemmeno rifuggiva da espressioni figurative e letterarie nello stesso ambito religioso che oggi noi non possiamo non giudicare come del tutto incongrue e bizzarre; ma erano, quelle, forme di una spontanea e libera – e per così dire giovanilmente spavalda - apertura culturale, i cui eccessi ricevettero poi un severo filtro e freno dottrinale e morale dal pensiero e dai nuovi indirizzi della Riforma cattolica.