Stato della Città del Vaticano
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10 maggio 2009

OMELIA IN OCCASIONE DELLA VISITA
AD ACI S. FILIPPO (CT)

Basilica di S. Filippo D’Agira
10 maggio 2009 - ore 19.00


 

Sono grato a Mons. Sciacca, autorevole giudice del Tribunale della Rota Romana, per la sua proposta di partecipare a questa solenne celebrazione in occasione dell’erezione a Basilica di questa insigne chiesa matrice “totius Acis mater et caput”, nel conteso dei festeggiamenti in onore di S. Filippo D’Agira, il vostro celeste Patrono. Alla sua proposta ha fatto seguito l’amabile invito dell’Arcivescovo S.E. Mons. Pio Vittorio Vigo, Vescovo di Acireale e del vostro Parroco, Don Alessandro Di Stefano, invito che ho accolto molto volentieri.

Li saluto entrambi con fraterno affetto. La presenza di S.E. Mons.Vigo sottolinea l’importanza che l’elevazione a Basilica di questa chiesa riveste per tutta la Diocesi.

Saluto con gioia la presenza di S.E. Mons. Alfio Rapisarda, mio fraterno amico nel servizio diplomatico della Santa Sede. Ci onora con la sua partecipazione S.E. Mons. Malandrino, già Vescovo di Acireale, caro pastore rimasto sempre nel cuore di tutti i fedeli.

Un deferente, cordiale saluto rivolgo parimenti alle autorità civili e militari, segnatamente al Signor Sindaco di questo Comune di Aci Catena.

Mi consentirete di non terminare i saluti rivolti alle personalità più ragguardevoli, senza esprimere i miei sentimenti di vivo, fraterno affetto a tutti i venerati confratelli nel sacerdozio che hanno voluto e potuto prendere parte a questa solenne celebrazione. Nello stesso affetto sono inclusi i tre giovani diaconi che officiano in questa celebrazione, i seminaristi, e tutti i giovani presenti.
 
1. Sono contento di essere oggi qui con voi tutti per partecipare alla gioia della vostra fede, per conoscere personalmente qualcosa di voi e della vostra storia civile e religiosa, così ricca di travagli, ma anche d’indomito coraggio e di viva umanità, e per godere anche di quel generoso spirito di ospitalità che distingue l’animo siciliano.
 
2. Questa bella chiesa, di cui ammiro l’eleganza artistica e le pregevoli opere che la impreziosiscono, è di per sé visibile e, direi, tangibile segno che la promessa del Signore, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, si è qui realizzata. Il Signore ci ha parlato della fecondità della fede, e nessuno potrebbe negare che questa bella chiesa, ma ancor più questa vivente comunità di fede, è frutto ammirevole della sempre viva fede degli Acesi, sostenuta dall’intercessione del caro San Filippo d’Acira.
 
3.
 Avviciniamoci ora alle parole stesse del Vangelo, parole semplici, vive e grandi. Non ci è difficile comprenderle, perché Gesù parla della vite, e questa terra è feconda di vigne e rinomata per i suoi vini.

 Gesù, dunque, dice: “Io sono la vite, e voi i tralci”.

 I tralci vivono della linfa della vite e portano i frutti della vite. E qui ciascuno di noi può fermarsi e riflettere. - Se io sono un tralcio di Cristo,
primo: sento in me fluire la vita di Cristo? secondo: porto i frutti di Cristo?

3.1. Primo: Sento fluire in me la vita di Cristo?

Cerchiamo di pensare, ciascuno per se stesso: Come posso io dire di avere in me la vita di Cristo? Non è questione di sentimento: è questione di verità. Ma questo, in concreto, che cosa significa? Vorrei rispondere così.

Anzitutto: ho in me la vita di Cristo, se i miei pensieri sono i suoi pensieri. E come avviene questo? Mediante la fede. Noi non siamo disposti a prestar fede ai tanti venditori di fumo, imbonitori di ideologie che sono merce falsa. Noi crediamo invece a colui che è la Verità, le cui parole non passano. Passa il cielo e la terra, ma la parola di Cristo non passa. (cfr. Mc 13, 31; Lc 21, 33).

Bisogna aggiungere: ho in me la vita di Cristo, se ho in me i suoi sentimenti di amore. Non un sentimentalismo passeggero, ma amore di Dio, anzitutto, cioè volontà seria di compiere la volontà di Dio, la quale è sempre volontà di bene, anche se talvolta ci sembra molto esigente, o persino dura; ed è perciò stesso volontà operosa di bene del prossimo, capacità di donare non solo e non tanto le nostre cose, ma noi stessi. Il dono di noi è il vero sacrificio che connota l’amore.

3.2. Secondo: porto i frutti di Cristo? Il Vangelo di oggi è cominciato con un’immagine unica nei Vangeli, estremamente significativa. “Il Padre mio è il vignaiolo”. E’ un’immagine piena di concretezza ed anche di tenerezza! Il vignaiolo cura la sua vigna, si piega sui tralci delle viti, ne segue l’andamento lungo le stagioni, ne sarchia il terreno: è interessato a che portino frutto.

Sentite ora che cosa dice il Signore del Padre suo, che è il vignaiolo: “Ogni tralcio che non porta frutto, lo taglia”. Ciò significa che se la linfa vitale non passa dalla vite, che è Cristo, a me, che ne sono un tralcio - vale a dire, se i miei pensieri ed i miei sentimenti non sono quelli di Dio, se la mia fede è spenta e l’amore  morto – allora posso sì avere tante speranze, ma esse appassiranno presto, come la mia giornata terrena; e si spegne la vera speranza: quella della vita eterna. Quando la verità non illumina, quando l’amore non riscalda, la vita si fa chiusa, sterile, infruttuosa.  “Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio che si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco, e brucia”. Parole – le abbiamo sentite! - che fanno venire il brivido e che certo un “buonismo” di facile lega non sente volentieri. Ma sono indubbiamente parole del Signore.  Bisogna prenderle sul serio.


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Causa di Beatificazione e di Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II

 

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