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13 giugno 2009

OMELIA
PELLEGRINAGGIO A S. PAOLO

DEI DIPENDENTI DEL GOVERNATORATO

 

13 giugno 2009


 
1. I pellegrini, che sono già venuti a venerare la tomba dell’Apostolo Paolo in questa meravigliosa Basilica, sono ormai diversi milioni. Noi non potevamo mancare.

Ed eccoci qui numerosi, insieme ai nostri famigliari, quasi per aprire la nostra vita a quella stessa “grande luce dal cielo” che sfolgorò su Paolo ed i suoi accompagnatori nei pressi di Damasco, e ne trasformò la vita. Da persecutore Paolo divenne come una fiamma che divampò inesauribile, anzi, sempre più viva, e che tutto voleva far risplendere di quella stessa luce che l’aveva accecato, ed insieme aperto ad una nuova visione. Nuova visione del cielo e della terra, di Dio e dell’uomo, della storia e dell’eternità. In un brano di grande potenza, che quasi trasvola dall’inizio dell’originario atto creativo di Dio alla pienezza della nuova creazione, Paolo, nella sua seconda lettera ai Corinzi, scrive:

E Dio che disse:
Rifulga la luce dalle tenebre,
rifulse nei nostri cuori
per far risplendere la conoscenza della gloria divina
che rifulge sul volto di Cristo
“ (4, 6).

La vita di Paolo è tutta in questa luce del Cristo risorto, che ha accecato ed illuminato, che rifulge nel suo cuore, e da esso potentemente si riflette potentemente sul significato della legge e delle profezie, sulla cultura del mondo greco-romano, su tutta la Chiesa e sui singoli fedeli.
 
2. Tracciare il profilo della personalità di Paolo sarebbe come voler fermare la figura di un fuoco vivo. Era uomo immerso in tre culture, l’ebraica, l’ellenistica e la romana, ma certo fino al midollo imbevuto e sostanziato di spirito e di tradizione  ebraica. Nei confronti di altri ebrei che, facendo valere  la loro origine dal popolo eletto, si contrapponevano a lui e tentavano di distogliere i cristiani di Corinto dalla loro fede, semplice e pura, nei riguardi di Cristo, scrive:

Sono ebrei? Anch’io!
Sono Israeliti? Anch’io!
Sono stirpe di Abramo? Anch’io!”
(II Cor. 11, 22; cfr anche Fil 3, 5-6).

Paolo era un carattere impetuoso, che non recedeva di fronte ad alcuna autorità e per nessuna difficoltà nell’affermazione della sua fede e delle conseguenze di pensiero e di vita; ma era insieme uomo di tenerissimi affetti, come quelli di una madre gestante, nei confronti dei fedeli. “Io di nuovo vi partorisco nel dolore - scrive ai Galati - finchè non sia formato Cristo in voi” (Gal 4, 19). Ed alla Chiesa di Tessalonica aveva scritto: “Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari “ (I Tes 2, 7 – 8).

Sapeva essere battagliero, senza temere alcuna confrontazione, ma anche accorto diplomatico. Aveva visioni estatiche, che lo rapivano ”fino al terzo cielo”, dove udiva “parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare” (II Cor 12, 2 . 4); ma era anche irrefrenabile nella sua attività, nella sua corsa per portare il Vangelo fino ai confini della terra, come fedele ministro di Cristo (cfr 1 Cor 4, 2). E non v’era ostacolo che lo fermasse:

Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi;
tre volte sono stato battuto con le verghe,
una volta sono stato lapidato,
tre volte ho fatto naufragio,
ho trascorso un giorno ed una notte in balia delle onde
” (II Cor 11,24-25).

Era preso dall’assillo quotidiano in preoccupazione per tutte le Chiese, ma sentiva come proprio il travaglio interiore di ogni singolo fedele: “Chi è debole che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non bruci?” (cfr. II Cor 11, 24 – 29).
 
3. In questi opposti estremi si può in qualche modo avvertire l’ampiezza del suo spirito. Ma se è a me impossibile di tratteggiare la ricchezza spirituale di quell’uomo, possiamo invece percepire insieme qualcosa della luce che era nel suo spirito, ascoltando la sua parola. In fondo, una persona la si conosce molto meglio dall’ascolto di ciò che dice, che non dalla vista della sua apparenza.

Una parola di Paolo ci è stata presentata nella seconda lettura. E’ l’inno alla carità. Un inno che affascina per l’altezza del pensiero e non meno per la bellezza poetica che non teme il confronto con le più alte pagine della letteratura di tutti i tempi e della stessa Sacra Scrittura; ma che  non è inteso a suscitare ammirazione “come un cembalo squillante”, ma a generare vita vissuta, dentro e fuori; vuol essere il riverbero della vita di Dio, che è amore, nella nostra vita, vita dello Spirito Santo, amore “riversato nei nostri cuori” (Rm 5, 5); amore del Cristo che diventa urgenza interiore, al pensiero che egli è morto per tutti (II Cor 5, 14), per tutti, ma anche “che ha amato me e ha dato la sua vita per me” (Gal 2,20); vuol essere spinta a compiere e nello stesso tempo a trascendere ogni norma morale, perché l’amore è “la pienezza” della Legge (Rm 13, 10), vale a dire non solo l’adempimento della legge, ma la sostanza spirituale che la rende l’esistere umano sostanziato di vita divina. Ed è in fondo, questo inno alla carità, non altro che un irrefrenabile canto di esultanza in applicazione della parola stessa di Gesù:

Come il Padre ha amato me,
così io ho amato voi.
Rimanete nel mio amore. …
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri
” (Gv 15, 9 . 17).

E vorrei qui subito notare che sempre la parola di Paolo, anche se rivestita di altre formulazioni, sempre è un’eco fedele delle parole semplici e sublimi di Gesù, Verbo eterno del Padre, vero Dio e vero uomo, quali a noi trasmesse dai Vangeli.


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