Stato della Città del Vaticano
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29 ottobre 2009

 

Discorso del Cardinale Giovanni Lajolo
Inaugurazione della mostra
P. MATTEO RICCI, S.J. e la CINA
Braccio di Carlo Magno, Città del Vaticano
29 ottobre 2009, ore 17

Eminenze,
Eccellenze,
Signore e Signori,
 
1. Insieme con S.E. Mons. Carlo Maria Viganò, Segretario Generale del Governatorato dello S.C.V., rivolgo a tutte le persone presenti un cordiale benvenuto.
  Sono molto lieto – e mi si permetta di dire – anche fiero di poter inaugurare in Vaticano, questa mostra nel Braccio di Carlo Magno, dedicata al P. Matteo Ricci, nell’approssimarsi del IV Centenario della sua morte, avvenuta l’11 maggio 1610, all’età di nemmeno 58 anni.
Le illustri personalità del mondo ecclesiastico, diplomatico, politico ed amministrativo qui convenute, che io ora vorrei nominalmente salutare, sono molto numerose. Confido nella comprensione se mi limito a smenzionare tra le personalità presenti:
per la Santa Sede: gli Eminentissimi Cardinali Roger Etchegaray, Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Raffaele Farina e Stanislaw Rylko; ed il Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, Mons. Cesare Pasini; per la Chiesa in Italia: S.E. Mons. Edoardo Menichelli, Arcivescovo di Ancona-Osimo, e  S.E. Mons. Claudio Giuliodori, Vescovo di Macerata, città natale di Matteo Ricci, ed il P. Carlo Casalone, Provinciale dei Gesuiti;
per il mondo diplomatico: le LL. EE. i Signori Ambasciatori Antonio Zanardi Landi, Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Attilio Massimo Iannucci del Ministero degli Affari Esteri italiano, e Antun Sbutega, Ambasciatore della Repubblica del  Montenegro;
per il mondo politico: il Sen. Francesco Rutelli e Signora;
per la Regione Marche: il Presidente della Regione, Dott. Gianmario Spacca, ed il Presidente della Provincia di Macerata, Dott. Franco Capponi.
Facendo questi nomi, vorrei dare ad essi rappresentanza, per così dire, di tutte le altre numerose, illustri personalità presenti, scusandomi se il tempo limitato mi impedisce di nominarle e salutarle singolarmente.
 
2. Il significato della personalità del P. Matteo Ricci supera i continenti, i secoli e le culture. Di lui può vantarsi Macerata, dove è nato il 6 ottobre 1552; l’Italia, del genio della cui gente egli è esempio; la Compagnia di Gesù, nella quale egli entrò come novizio il 15 agosto 1572, e nel cui Collegio Romano, oltre ad essere introdotto nella filosofia e nella teologia, potè avere gli insegnamenti in matematica, astronomia, cosmografia, ed in altre scienze esatte dal celebre gesuita tedesco Cristoforo Clavio; e la Chiesa Cattolica, per il cui mandato egli portò il messaggio cristiano al popolo cinese.
 
3. Non spetta a me di delineare la vita, le attività e le opere del P. Matteo Ricci. E’, però, pressoché tanto ovvio quanto pur sempre importante – mi sembra - mettere in evidenza due aspetti, che hanno strutturato la sua azione di umanista, di scienziato e di evangelizzatore. Sono due criteri per i quali specificatamente il significato della sua personalità trascende i tempi e le culture: il criterio dell’inculturazione del messaggio evangelico, e quello della gradualità nel proporlo. Che cosa tali criteri significano, mi piace esporlo con le parole del Vaticano II: tra i vari testi pertinenti di quel grande Concilio ho scelto i seguenti.
Per l’inculturazione: “Gli istituti religiosi, che lavorano per l'impianto della chiesa, possedendo in se stessi i mistici tesori, di cui è ricca la tradi¬zione religiosa della chiesa, si sforzino di metterli in luce e di farne dono secondo il genio e l'indole di ciascuna nazione. Considerino attentamente in che modo le tradizioni ascetiche e contemplative, i cui germi, talvolta già prima della predica¬zione dell'evangelo, Dio ha immesso nelle antiche culture, possano essere assunte nella vita religiosa cristiana” (Ad Gentes, 18).
Per la gradualità: “La chiesa, pur possedendo in forma piena e totale i mezzi di salvezza, né sempre né subito agisce o può agire in maniera completa: nella sua azione, tendente alla realizzazio¬ne del piano divino, essa conosce inizi e gradi. …. Per quanto ri¬guarda gli uomini, i gruppi e i popoli, solo gradatamente essa li raggiunge e li penetra, e li assume così nella pienezza cattolica” (Ad Gentes, 12).
P. Matteo Ricci può dirsi - proprio per questi due criteri nella sua attività evangelizzatrice: l’inculturazione e la gradualità - un precursore, con secoli di distanza, del Concilio Ecumenico Vaticano II; e, proprio per questo, è anche comprensibile – mi si scusi il bisticcio di parole – che egli non potesse essere compreso da tutti.  In realtà egli non aveva bisogno del Concilio Vaticano II per impostare sui predetti criteri la sua azione come umanista, scienziato ed evangelizzatore. Ciò egli fece, potendosi basare sulla dottrina e l’esempio dell’Apostolo Paolo, il quale si faceva ebreo con gli ebrei, gentile con i gentili (cioè i pagani), debole con i deboli e tutto a tutti per poter salvare almeno alcuni (cfr 1 Cor 9, 20 – 22) – ecco l’inculturazione -; e che ai fedeli di Corinto dava “da bere latte, non nutrimento solido”, perché non ne erano capaci (1 Cor 3, 2) – ecco la gradualità-. Tutto ciò, ben inteso, in P. Matteo Ricci, come in Paolo, senza alterare in alcun modo la Parola di Dio o indulgere ad un sincretismo dottrinale.


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