Stato della Città del Vaticano
IT  EN FR DE ES 

31 gennaio 2009

OMELIA PER LA FESTA DI S. GIOVANNI BOSCO

BASILICA DI S. GIOVANNI BOSCO AL TUSCOLANO

sabato 31 gennaio – ore 18,30


 

1. Con grande gioia celebriamo oggi la Festa di S. Giovanni Bosco, per la famigliarità e l’affetto che ci ispira, chiamato Don Bosco, Padre e Maestro dei giovani, Patrono di questa Parrocchia ed al quale è dedicata questa splendida Basilica.
 
2. Tratteggiare la vita di Don Bosco in una omelia sarebbe compito troppo difficile, perché troppo ricca è la sua personalità umana, la sua spiritualità sacerdotale, troppo complesse le componenti politiche, sociali e culturali del suo tempo, nel quale la figura, con i suoi tratti unici di Maestro e Padre dei giovani, con il suo umanissimo fascino, che lo fa e vicino ai giovani ed all’umanità di tutti i tempi, si stacca da quella  dei così detti “grandi” che “contavano” nel secolo XIX in cui  visse.
 
3. La liturgia della Parola di oggi ci aiuta, però, a rievocare alcuni tratti che potremo definire costitutivi della sua fisionomia spirituale. Iniziamo dal Vangelo. Gesù mette i piccoli “in mezzo”, in mezzo ai suoi apostoli e discepoli, al centro quindi del Regno di Dio.

La situazione della gioventù, di fronte alla quale Don Bosco si trovò nella sua vita, era quella dell’epoca della prima industrializzazione. Molta gente andava a Torino richiamata dalle possibilità di lavoro e di un sicuro, anche se ancor misero, guadagno; ed a frotte giungevano ragazzi da ogni parte del Piemonte. Essi erano soli, di tutto sprovvisti, senza alcuna istruzione, bisognosi, più che di ogni altra cosa, del pane quotidiano, ed abbandonati allo sfruttamento di un lavoro duro e prolungato, che non li toglieva dall’indigenza e non ne saziava la fame. Don Bosco, come Gesù, li mise “in mezzo”, al centro del suo apostolato. Ed usò a tal fine uno strumento ed un metodo.
 
4. Suo grande strumento fu l’Oratorio, una nuova concezione rispetto alla nota forma di oratorio di S. Filippo Neri. L’Oratorio di Don Bosco era una raccolta di ragazzi, collocata in luoghi occasionali: agli inizi vi fu una misera tettoia, con davanti un prato. Là egli si faceva ragazzo fra i ragazzi per poterli attirare, istruirli nel lavoro, per formarli alle virtù umane e cristiane, introdurli alla pratica religiosa, ed anzi tutto per sfamarli. Egli non aveva alcun mezzo; ma aveva dentro di sé una ricchezza grande, anzi straripante: la ricchezza del suo amore. Era questo amore che i mezzi glieli faceva cercare, inventare, trovare.
 
5. E qual’era il suo metodo? Era quello che egli definì, molto giustamente, il metodo preventivo. Esso poggia su tre pilastri: la ragione, la religione, l’amorevolezza. Ciascuno di essi era insostituibile; ma era l’amorevolezza che portava alla ragione ed alla religione.

Il metodo, per così dire inventato e sviluppato da S. Giovanni Bosco, ha segnato, nella storia della pedagogia della Chiesa, un nuovo inizio rispetto alla pratica allora diffusa, che si preoccupava indubbiamente dell’educazione dei giovani, ma facendo leva soprattutto sull’insegnamento dottrinale e sulla disciplina, e quindi con evidenti difficoltà nell’ottenere gli scopi desiderati. Il metodo di Don Bosco apparve allora nuovo, sorprendente, e talvolta scandaloso, pazzesco, rivoluzionario. Diversi aneddoti si potrebbero raccontare ad illustrazione di tali qualifiche. In realtà esso non era che una forma di applicazione del principio dell’Incarnazione: Dio si è fatto in tutto simile a noi – tranne che nel peccato – per salvare la nostra umanità con la nostra debolezza e piccolezza. Questo era anche l’atteggiamento di Don Bosco quando giocava con i suoi ragazzi ed era ragazzo tra di loro, non tanto preoccupato della propria dignità e del proprio tempo, quanto della salvezza delle loro anime e del loro avviamento ad un mestiere onesto e ad una vita sociale non indegna dei figli di Dio.

In un’intervista che nel 1884, verso il termine della sua vita, egli diede ad un giornale, alla domanda: “Vorrebbe dirci qual è il suo sistema educativo”, Don Bosco rispose: “Il punto sta nello scoprire quali sono i germi delle buone qualità dei ragazzi, e poi procurare di svilupparli. Ognuno fa con piacere solo ciò che sa di poter fare. Io mi regolo con questo principio, e i miei allievi lavorano tutti non solo con attività, ma con amore. In 46 anni non ho mai inflitto neppure un castigo. E oso affermare che i miei alunni mi vogliono molto bene”.

E’ quanto ci è stato detto nella prima lettura dal profeta Ezechiele sul “buon pastore”. Il buon pastore non cura solo il gregge nella sua totalità, ma ogni singola pecorella, secondo le sue proprie necessità; ognuna è presa a parte, è seguita, curata, nutrita. Così faceva Don Bosco, ed ogni ragazzo, ma anche ogni persona adulta, si sentiva da lui capito ed amato.


Pagina 1 di 2
Mappa del SitoDisclaimer | FAQ | Informazioni Utili | News | Staff  | © 2007-11 Uffici di Presidenza S.C.V.