Stato della Città del Vaticano
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4 ottobre 2009

OMELIA
DOMENICA XXVII
Festa dl Corpo della Gendrmeria

4 ottobre 2009
Basilica di San Pietro in Vaticano

1.  La Parola di Dio ci tocca oggi sul vivo della nostra carne, in una struttura fondamentale del nostro vivere ed in una conseguente norma del nostro agire.

2.  La prima lettura ci ricorda quel momento di stupore gioioso, d’incanto estatico di Adamo quando Dio gli presenta, “conduce” a lui, Eva ed egli si sente irresistibilmente attratto ad essa, e da essa. “E’ ossa delle mie ossa e carne della mia carne”. La donna è il più grande dono naturale che Dio ha fatto all’uomo, più grande di qualsiasi altra creatura, pur nobile, del creato.
 Perché? Perché la donna è della stessa natura dell’uomo, creata dalla sua carne: fra tutte le creature solo essa può stargli di fronte come “formata” direttamente da Dio; anche in lei si rispecchia la bellezza dell’immagine e  della somiglianza di Dio, secondo cui Dio ha creato l’uomo. Ed è, inoltre, ancora il più grande dono di Dio (anche se dal testo che ci è stato presentato questo ancora non appare), perché grazie alla donna, e con essa, l’uomo si apre ad un altro dono meraviglioso ed impareggiabile: quello dei figli.
 L’esperienza di questa intrinseca unità tra l’uomo e la donna è un’esperienza che l’uomo continuamente fa. Nulla è più suo. E proprio in quest’unità - differenziata ed integrale - dell’uomo e della donna si manifesta la pienezza del disegno di Dio. E non è forse, come quella di Adamo e di Eva, la percezione della bellezza dell’amata o dell’amato, del loro esser fatti l’uno per l’altra, della loro complementarietà in un’unica vita, ciò che provano gli innamorati quando si scoprono e riconoscono come tali, con un unico nuovo progetto di unità di vita e di amore? Così è, ed è la più grande bellezza naturale che Dio abbia dato alla sua creatura.

3. Gesù nel Vangelo che abbiamo ascoltato lo riconosce, e ne parla confermando ed esplicitando la volontà di Dio Creatore, e sua, di fronte a tale miracolo del divino disegno. E lo fa con una duplice indicazione normativa.
 La prima. Gesù non accetta che tale disegno del Creatore, tutto grazia, purezza, tenerezza e trasporto di gioia, venga travisato dalla durezza del nostro cuore. V’è una durezza, una sclerosi del cuore dello spirito, del motore più intimo dell’anima, assai peggiore della sclerosi del corpo. E’ quando l’anima si fa dura e resistente a quell’unica, originaria circolazione di affetti, di sentimenti, d’ideali, di volontà di bene e di vita comune, quando quello che era l’amato o l’amata, la fiamma di una sola vita, ora appare solo come un altro, un’altra, un estraneo o estranea al proprio intimo; cosa fredda, cenere.
 Ecco la durezza del cuore di fronte alla quale Mosé, il grande legislatore, cedette, e permise il divorzio, e così, molti legislatori meno grandi di lui. Ma non Gesù, il Creatore e Redentore dell’amore umano. Egli non è disposto ad accettare una tale durezza contraria al suo meraviglioso disegno. “Per la durezza del vostro cuore Mosè scrisse per voi questa norma”.
 Da qui la sua seconda indicazione normativa. Il Signore la dà, anche lui nella consapevolezza della possibile durezza del cuore umano - nella consapevolezza, ma non nell’accettazione - ed è l’irrinunciabile esigenza della fedeltà. La fedeltà è sempre necessaria, inderogabile. Essa appartiene alla costituzione dell’essere uomo - degno della propria umanità - come immagine di Dio: certo immagine vera e veritiera, quale dev’essere, non tanto nel suo corpo mortale, quanto, ben più veramente, nel suo spirito, libero e responsabile. Dio infatti è fedele al suo amore, fedele sempre alla sua creatura.
 
Dice S. Paolo:
“Anche se noi non crediamo,
   Dio rimane fedele,
   perché non può negare se stesso”
(2 Tim 2, 13).

E così deve essere l’amore di ogni coniuge, fedele al primo amore, anche se offeso, anche se confrontato con altro e più abbagliante fascino che lo lusinga. Anzi, proprio allora è il momento in cui l’amore deve sapersi fedele. Perché non si può nemmeno parlare di fedeltà, quando non c’è occasione o motivo d’infedeltà. Come abbiamo sentito, nella fedeltà Cristo non fa sconti. La fedeltà - disse un giorno Gesù ai Farisei - appartiene a tre fra le “prescrizioni più gravi della Legge di Dio”, che egli rimproverò loro di non osservare per fare i loro egoistici interessi; ed esse sono: la giustizia, la misericordia e - appunto - la fedeltà (Mt 23, 23). Un rimprovero, quello di Gesù ai Farisei, che conserva, anzi accresce il suo valore nella società odierna. I cieli e la terra passeranno, la Parola del Signore non passa (Mc 13, 31). E’ fedele.

4. Il Vangelo di oggi passa dall’incanto dell’amore sponsale, ma anche dal dramma dell’amore infranto, alla freschezza del volto dei bambini. Gli portavano i bambini - scrive Marco - perché li abbracciasse. Gesù ne prende occasione per  manifestare il suo amore per loro: “Lasciate che i bambini vengano a me”; e per additare i bambini ad esempio: “A chi è come loro appartiene il Regno di Dio”. E poi, li prendeva tra le braccia e li benediceva, imponendo loro le mani.
 Non ci si rende conto più, oggi, di come Gesù abbia operato una vera rivoluzione sociale, non contro gli oppressori Romani, che sarebbe stata poca cosa, ma una rivoluzione dell’uomo stesso, una rivoluzione che sempre sarà in corso fino alla fine della storia dell’uomo, prendendo la parte dei deboli, consacrando il posto proprio della donna a partire dal suo fondamentale relazionarsi con l’uomo, cioè dal rapporto matrimoniale, ideato e sancito dal Creatore, ed inoltre ponendo al centro dell’attenzione – rispettosa, anzi religiosa –di tutti, ma in maniera specifica dei suoi discepoli, i bambini. Questi non valgono ai suoi occhi solo per ciò che saranno, per il futuro che essi garantiscono all’umanità, ma per ciò che essi sono già ora, in quanto destinatari del Regno di Dio.
 Di più: Gesù ci fa vedere in loro un modello in riferimento alla grande Speranza, al Regno dei Cieli. E come può essere questo? A me sembra che lo si debba ravvisare non nelle virtù del bambino, le quali non possono essere che in germe, ma nel loro essere stesso. Il bambino vive del rapporto con i genitori; da loro si attende, e riceve, il nutrimento; da loro è “cresciuto”, cioè aiutato nella crescita fisica, intellettuale e morale; la sua forza sono il padre e la madre, ed è su di essa che il bambino conta.
 Non è forse questo l’atteggiamento della vera fede, piena di speranza, in Dio? Non è forse questo ciò di cui si sostanzia il nome con cui il Signore ci insegna ad invocare Dio? E quando noi invochiamo Dio come “Padre”, con semplicità fanciullesca, non siamo noi già dentro il Regno di Dio? Sì, è così che il Regno di Dio ci appartiene: il Signore Gesù ce lo insegna.

5. Cari fratelli e sorelle, abbiamo meditato brevemente sulla Parola di Dio che ci è stata presentata nella Liturgia odierna. Essa ci è di luce per tutta la vita, in tutte le circostanze.
 Oggi però partecipiamo a questa S. Messa nella Basilica di S. Pietro, il tempio centrale della cattolicità, in una particolare occasione: nella festa del Corpo della Gendarmeria Vaticana. Avremmo dovuto celebrare questa festa il 29 settembre, festa del suo Patrono, l’Arcangelo Michele, ed unitamente festa degli Arcangeli Raffaele e Gabriele; ma, per il sovrapporsi di diversi altri impegni, in quel giorno non l’abbiamo potuta celebrare. La celebriamo oggi, una settimana dopo, in una domenica in cui ricorre, tra l’altro, la festa di S. Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia. E per questo il rinvio ad oggi non ci dispiace affatto, anzi, ne siamo molto contenti. E per varie ragioni: sia perché Francesco è il Santo della Fratellanza e della Pace, sia per i particolari vincoli che legano il Vaticano all’Italia, e la Gendarmeria Vaticana alle Forze Armate italiane, sebbene i nostri Gendarmi  non siano militari, costituendo un Corpo civile anche se militarmente organizzato.
 Invochiamo quindi con fiducia l’intercessione di  S. Francesco unitamente a quella di S. Pietro, Principe degli Apostoli, ed insieme la protezione di Michele, Principe delle schiere celesti, fiduciosi che la protezione di un così grande Arcangelo e l’intercessione di così amabili Santi ci aiuteranno a realizzare la Parola di Dio, che abbiamo ascoltato, in tutta la nostra vita, ed in particolare nel servizio al Sommo Pontefice, successore dell’Apostolo Pietro posto da Cristo stesso a fondamento della sua Chiesa. Ci ottengano dal Signore saggezza e rigore nel servizio che siamo chiamati a prestare al Papa:
con capacità professionale,
con generosità e gioia,
umilmente, sì, ma con incrollabile fedeltà.

Causa di Beatificazione e di Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II

 

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