5 luglio 2009
OMELIA PER LA S. MESSA DEL 5 LUGLIO 2009
Cardinale Giovanni Lajolo
Per i Patrons of the Arts in the Vatican Museums
CAPPELLA PAOLINA
Vi sono tre pensieri nell’odierna liturgia della Parola che mi sembrano molto chiaramente rispondere alla nostra esperienza di fede.
1. Il primo ci viene dal Profeta Ezechiele.
Il Profeta deve annunciare la Parola di Dio. La Parola di Dio è tutta rivolta in favore dell’uomo e per la sua salvezza; ma essa è respinta. Il Profeta, però, deve parlare, ascoltino o non ascoltino le persone a cui è inviato.
Anche Paolo al suo discepolo Timoteo scriveva: “Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tim 4,2). Ci vuole coraggio per questo. Ma Dio - dice Paolo nella stessa lettera - “non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza” (2 Tim 1, 7).
E’ l’esperienza della Chiesa di tutti i tempi; noi lo costatiamo nei nostri. La Parola di Dio che la Chiesa annuncia, è contraddetta, irrisa, combattuta e proprio in quegli ambiti che riguardano più da vicino la vita dell’uomo, la sua salvezza presente e futura.
Ma la Chiesa deve dare testimonianza – come già Geremia – di essere “profeta in mezzo al mondo”. La sua luce e la sua forza non sono sue, ma di Cristo. E per questo la Chiesa non teme le avversità umane. Come già Paolo scriveva di sé nella seconda lettera ai Corinzi, anche la Chiesa di oggi può dire: “Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto” (II cor 6, 8-10).
Anche noi, ciascuno di noi, non solo i sacerdoti, ma anche i laici, devono sapersi parte della medesima missione profetica della Chiesa.
2. La seconda lettera di Paolo ai Corinzi, che è stata anche la nostra seconda lettura, è, tra le sue lettere, quella che più manifesta la sua personalità. Quel grande uomo era anche, umanamente parlando, uno dei più grandi geni della storia, tanto che alcuni, molto erroneamente, hanno voluto attribuire a lui la fondazione del cristianesimo. Eppure Paolo sentiva tutta la debolezza del suo corpo, “una spina nella carne”, dice, e per tre volte pregò il Signore di allontanarsi da lui. Paolo non si sentiva all’altezza del compito. Parole simili le aveva già dette Simon Pietro al Signore, quando era stato sconvolto dalla potenza miracolosa di Gesù: “Signore, allontanati da me, che sono un peccatore” (Lc 5, 8-10). Ma Gesù, invece, lo fece “pescatore d’uomini”. Ora il Signore dice a Paolo: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9).
Anche questa è l’esperienza della Chiesa e – credo – di ciascuno di noi. Ci sentiamo sovente non all’altezza dei nostri compiti, delle attese riposte in noi dagli uomini, e, sopra tutto, da Dio. Ma il Signore non ci lascia. Se noi ci presentiamo a lui nella verità del nostro essere, nell’accettazione, umile e nobile, dei nostri limiti, egli non ci abbandona. Ai nostri limiti egli sostituisce la sua sapienza e la sua forza, così che anche noi possiamo dire che nella nostra debolezza si manifesta la potenza di Dio. Forse che non possiamo testimoniare di aver sempre ricevuto il suo aiuto nei momenti difficili della nostra vita? Nessuno può dire di aver confidato nel Signore e di essere stato lasciato da lui cadere.
3. Il Vangelo, che abbiamo ascoltato, ci mostra Gesù come mistero, tanto ammirato quanto incompreso. Ammirato per la sua parola così alta, sapiente e sicura; incompreso per le sue origini umane così umili, popolari.
Anche questa esperienza continua nella Chiesa, Corpo mistico di Cristo. V’è da parte di molti ammirazione, manifesta o celata, per tanti aspetti dell’attività della Chiesa, che ne manifestano una sapienza diversa, una dottrina aperta ad ogni cultura, una carità universale, che raggiunge ogni confine della miseria umana, ed anche uno splendore di arte, di cui noi stessi siamo oggi testimoni. Ma insieme, sovente, moltissimi, anche tra le persone di pensiero, per non parlare dei Mass-media, non comprendono il vero significato della Chiesa. Tutto nella Chiesa è considerato umano, solo umano, troppo “umano”, e così “disprezzato”. (Circa questo giudizio bisogna peraltro rilevare che, mentre nessuno potè accusare Gesù di peccato (cfr Gv 8, 46), purtroppo nella Chiesa non mancano gli scandali.
Gesù l’aveva predetto (cfr Mt 18, 7). E la Chiesa li deplora come dolorosa contro-testimonianza da parte dei suoi membri).
Gesù, per la mancanza di fede della gente di Nazareth – l’abbiamo sentito nel Vangelo di oggi – non potè operare alcun prodigio, ma non si lasciò scoraggiare: continuò a fare tutto il bene che poteva, continuò ad insegnare e a guarire. Non diversamente fa la Chiesa.
Il punto del Vangelo di oggi sta però in quella annotazione dell’Evangelista: “Gesù si meravigliava della loro incredulità. Per questo egli non potè operare alcun prodigio”. Vale a dire: la fede è la risposta giusta e doverosa di fronte alla persona, all’azione e all’insegnamento di Gesù. Solo essa può comprendere la realtà profonda di Dio. In presenza della fede, il Signore può operare - con l’uomo e per l’uomo – ogni prodigio. “Nulla è impossibile a Dio”, ha detto l’Arcangelo Gabriele a Maria (Lc 1, 37; cfr Gen 18, 14; cfr Ger 32, 27). Ma Dio entra nella nostra vita solo se noi gli facciamo posto con la fede.
Noi oggi possiamo dirci in qualche modo testimoni anche di questa verità. Quest’opera meravigliosa che sta sotto i nostri occhi, è stata realizzata dai nostri restauratori ed è stata sovvenzionata dal vostro generoso contributo economico. Ma essa non avrebbe preso forma nel 1500, se la fede non avesse ispirato quegli artisti, e non sarebbe stata restaurata nel nostro tempo, se la fede e la devozione al Vicario di Cristo, insieme all’amore per l’arte, non avesse animato voi Patrons of the Arts in the Vatican Museums.
Per questo, al termine di queste mie parole, vorrei dirvi, come Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e personalmente come vostro fratello nella fede, la mia gratitudine e la mia ammirazione.
Il Signore, che non si lascia mai vincere in generosità, con la sua stessa presenza nella vostra vita vi ricompenserà.