Stato della Città del Vaticano
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6 novembre 2009

PRESENTAZIONE DEL LIBRO SULLO STEMMA
del Cardinale Giovanni Lajolo

6 novembre 2009 ore 18.30
Palazzo della Cancelleria- Sala dei Cento Giorni

 

1. Vorrei cominciare con una costatazione realistica, quasi un’evidenza irrefutabile. Che è questa.

Di fronte ad uno "stemma araldico" che venga elaborato ai nostri giorni, e presentato al pubblico, la prima reazione di una persona di media cultura è quella di un sorriso di compatimento. Immagino che le motivazioni sottese possano essere:

Primo: si tratta di qualcosa di anacronistico, fuori dal nostro tempo; è come se uno volesse scrivere oggi usando un linguaggio medievale. Secondo: è espressione di una vanità, che cerca di attribuirsi insegne nobiliari con orpelli di poco prezzo. Terzo: è una raffigurazione operativamente insignificante e socialmente superflua.

 

2. Sono rilievi che appaiono irrefutabili: appaiono, ma non sono. Perchè si può guardare la cosa anche da un altro punto di vista, con le seguenti considerazioni.

Uno stemma araldico s’inserisce nel campo non facile dell’araldica. E l’araldica, come sistema raffigurativo, è anzittutto un’espressione della storia e, come scienza, uno strumento ausiliare delle scienze storiche. E’, inoltre, l’araldica, sempre come sistema raffigurativo, un’arte simbolica, retta da leggi di eguale natura, cioè simboliche, sancite dalla tradizione storica, non prive di rigore. E, infine, non si può nemmeno negare che un bello stemma rappresenta una figura esteticamente godibile, eventualmente non da tutti, ma nemmeno soltanto dai competenti in materia.


 
3. Rispetto alla prima serie di rilievi, queste considerazioni si muovono - è facile rilevarlo - su di un piano diverso, nel quale tutti i rilievi mossi possono essere, per così dire, non solo depotenziati, ma rovesciati.

E partiamo dall’anacronismo. L’anacronismo è ridicolo, senza dubbio, in un contesto sociale generale, ma, pur limitato a distogliere dal comune e dall’ovvio, può avere e dare un suo proprio gusto, un po’ come un mobile antico in un’abitazione moderna. Di "distinzione" rispetto al consueto.

E passiamo alla vanità. Un piccolo sfoggio di vanità, se è ben limitato e non diventa pervasivo, impositivo, può essere simpatico, come un vezzo innocente: dà un tocco d’individualità. E non è difficile rilevarlo nello stesso abbigliamento maschile (clericale non escluso, anzi … !), il quale, però, - si veda anche l’altro lato! – ha i non trascurabili meriti economici che ne derivano per fabbriche e negozi. Per l’araldica ecclesiastica bisogna aggiungere: essa non intende – né lo potrebbe – arrogarsi titoli nobiliari civili; esprime invece – questo sì – un titolo di nobiltà nella Chiesa – l’unico che in essa valga – il titolo del servizio.

Ed, infine, non conta solo l’utile; bisogna pur dire che "anche il superfluo è necessario"! Di quante cose superflue, certamente non indispensabili per vivere, noi ci circondiamo: e a ragione, perché esse ci fanno sentire più a nostro agio.


 
4. Ma ora vorrei passare dai prolegomeni teorici – vogliamo chiamarli così? - alla pratica, attirando la vostra attenzione sul caso di uno stemma tanto singolare quanto emblematico.

Tutti voi avete certo sentito parlare di S. Teresa di Lisieux, detta la "piccola Teresa" per distinguerla da S. Teresa d’Avila, la grande. Teresa, detta anche Santa Teresina per esprimere l’affetto con cui la si chiama, è la santa della piccola via della santità; ma Pio XI la proclamò patrona delle Missioni, accanto al grande Francesco Saverio, ed il Papa Giovanni Paolo II l’ha pure associata tra i Dottori della Chiesa. Ebbene, alla fine del primo manoscritto della sua autobiografia (da lei scritta per obbedienza), nel gennaio del 1846 S. Teresina di Lisieux dipingeva lo stemma di Gesù dando ad esso figura con riferimento al suo nome di religiosa: Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Più tardi gli pose accanto, unito per un lato e per una sovrapposta comune corona di spine, il suo proprio stemma, e vi sottopose come motto comune tra Gesù e lei: "L’Amour ne se paie que par l’amour". "L’amore non si paga che con l’amore". Parole di alta mistica, anche se – credo – andrebbero benissimo per una canzone d’amore profana. S. Teresa di Lisieux dava così, con un duplice stemma, di Gesù e suo, figura, quasi forma visiva, alla struttura fondamentale del suo esistere. Né la cosa può meravigliare: perché i grandi Ordini religiosi, e tra questi quello dei Carmelitani a cui Teresa apparteneva, avevano, ed hanno tutt’ora il proprio stemma, che intendeva esprimerne figurativamente la spiritualità. Teresa non usciva quindi dal solco in cui essa era umilissimamente seminata, ma in cui crebbe come splendido albero di santità, non meno, beninteso, di umanità, ricco di saporosi frutti..

Penso di non uscire dal seminato se faccio riferimento anche al simbolo distintivo dell’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro, sul quale è uscito su L’Osservatore Romano del 28 agosto 2009 un eruditissimo articolo a firma dell’Ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, S.E. Mordechay Lewy, dal titolo Cinque ferite nel simbolo della Città Santa e dal sopratitolo La croce di Gerusalemme, un enigma millenario. L’enigma millenario è spiegato nel senso che le cinque croci dello stemma, una grande e quattro piccole tra i bracci della grande, rappresentano le cinque piaghe fisiche di Cristo sulla croce, cioè quella del costato e quelle delle mani e dei piedi.

Ed infine si può ben dire che gran parte dell’araldica ecclesiastica vuol essere una configurazione simbolica di realtà teologiche. Basti pensare da ultimo allo stemma di Giovanni Paolo II con la M di Maria sotto la croce, simbolo che tanto impatto ideale aveva sulle folle. E per questo io penso che si potrebbe anche fare – udite, udite! - una tesi di laurea sulla teologia applicata nel rapporto tra figurazione e motto, e nel suo sviluppo nei diversi secoli e nei diversi paesi. Non sarò però io a guidarla…!


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