9 novembre 2009
OMELIA PER ASSISI,
9 novembre 2009
Cari fratelli e sorelle,
abbiamo oggi il privilegio di accogliere, accanto al povero, umile e grande Francesco, alcuni illustri scienziati di tutto il mondo, i quali in questi giorni hanno discusso in Vaticano, presso la Pontificia Accademia delle Scienze, su di un tema nuovo ed appassionante: la questione della vita nel Cosmo. E’ questo un tema molto appropriato in quest’Anno Internazionale dell’Astronomia.
Do a tutti loro, come a voi, un cordiale benvenuto.
Siccome, però, l’omelia della Messa è in italiano, pensando che sia la lingua della maggioranza dei presenti, consentite che io dica loro qualche parola in inglese, la loro comune lingua di lavoro.
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Illustri donne ed uomini di scienza,
Cari amici,
mi è gradito rivolgere a ciascuno di voi una parola di benvenuto in questo luogo, che è non solo sacro ai cristiani, ma anche molto significativo per i non cristiani e i non credenti, ed in genere per la cultura dell’Occidente.
Secondo l’opinione più diffusa, anche tra i credenti, il significato di Francesco deriva dall’essere egli stato un operatore di pace, ed un uomo innamorato della natura. Ciò è ben vero, ma sarebbe come dire che il sole illumina e riscalda. Voi scienziati potete dire qualcosa di più: perché illumina, perché riscalda. Similmente va detto di Francesco. In realtà l’originale irradiazione del messaggio e della persona di Francesco attraverso i secoli è la sua spiritualità, ed essa non è così semplice, come potrebbe apparire; perché altrimenti si sarebbe presto esaurita e non avrebbe potuto attirare a sé tanti uomini e tante donne nel corso dei secoli.
Con riferimento al Vangelo di questa domenica, che a motivo dei partecipanti terrò in italiano, cercherò di focalizzare due aspetti basilari della spiritualità di Francesco.
Il primo: l’amore per la povertà evangelica, intesa come riconoscimento che la vera ricchezza è Gesù Cristo; e per questo il cuore di Francesco era là dov’era il suo tesoro. Una povertà che egli voleva vivere come Cristo l’aveva vissuta. Ed il mistero della povertà evangelica è che essa dona una totale libertà interiore, ed è fonte di ricchezza umana, e talvolta anche di prosperità, per la vita degli altri.
Il secondo: l’amore per Cristo crocifisso, che era in lui ardentissimo, come mostrano le stimmate che egli portava nel suo corpo. Espressione esteriore di questo suo amore per Cristo crocifisso era la stessa povera veste che portava, fatta a forma di croce, ed inoltre la lettera “t” con cui accompagnava la sua firma. Cristo crocifisso è stoltezza e debolezza per il mondo - dice l’Apostolo Paolo -, ma è sapienza e forza di Dio. Francesco viveva di lui, perché nel Cristo crocifisso si manifesta la totalità dell’amore di Dio per noi; è da lui che riceviamo la più grande fecondità di vita.
Senza questo amore per Cristo crocifisso, senza quest’ideale della bellezza della povertà, che lascia rifulgere tutto lo splendore della ricchezza divina, Francesco avrebbe avuto poco da dire agli uomini del suo tempo, e poco anche a noi.