10 maggio 2010
3. A questo quadro, che ho solo sommariamente tratteggiato, ne viene a noi contrapposto un altro. Perché v’è – così è sempre stato finora, e non sarà certo diversamente in futuro – v’è chi ci considera alieni dai veri valori esuberanti, scintillanti e fascinosi del mondo di oggi, chi ci reputa esseri marginali rispetto all’evoluzione della grande società. Peggio, guardano a noi come uomini strani, misogini, che non si sposano, che non sanno apprezzare la bellezza, la ricchezza umana, il fascino di vita che nasce dal congiungere la propria vita a quella di una donna, e renderla così feconda per l’umanità.
Noi sappiamo come tali accuse siano in realtà non solo calunniose, ma ridicole, ed estranee alla realtà. Noi siamo immersi nella vita, la conosciamo nella sua grandezza, e nei suoi limiti. Veniamo – è il caso di ricordarlo? – da una famiglia umana! E non c’è nessuno come noi sacerdoti che difenda la dignità della donna e la santità e bellezza della famiglia; nessuno come noi pronto a far suo ogni impulso valido verso una società più giusta e più libera. Con la Chiesa noi apprezziamo ogni valore umano, senza riserve e senza tentennamenti. Secondo l’esortazione dell’Apostolo Paolo, "quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode", è oggetto dei nostri pensieri (Fil 4, 8). Sappiamo però anche che vi sono valori così alti che trapassano la scena di questo mondo, e che dureranno per tutta l’eternità. E’, tra questi, il vivere per il Regno dei cieli, dandone un segno, anticipandone, anzi, la realtà, con la rinuncia all’aspetto, pur così grande, del matrimonio e della generazione dei figli. I valori propri del Regno dei cieli sono semplicemente incommensurabili, e giustificano ogni rinuncia.
Come abbiamo sentito dalla parabola di Gesù nel Vangelo, si vende tutto per il tesoro nascosto, per la perla preziosa (cfr Mt 13, 45). Sì, noi possiamo dire di sapere che cos’è la passione d’amore, e di vivere per essa. E il volto ed il corpo che noi amiamo è quello stesso che Cristo ha amato e purificato con il suo sangue per acquistare a sé una sposa bella e senza ruga né macchia: la Chiesa (cfr Ef 5, 27). Questo è l’amore per cui nessun sacrificio ci è parso troppo grave.
4. Con ciò, non ci crediamo però nemmeno superiori agli altri. Siamo tanto consapevoli del valore del nostro tesoro, quanto di essere poveri "vasi di creta" che lo custodiscono (cfr 2 Cor 4,7). Non siamo né più dotati ed intelligenti, né più eloquenti, né più capaci e versatili, e nemmeno più virtuosi di altri (anche se, questo, lo dovremmo essere). La luce che è in noi, talvolta, anzi, troppo spesso, non appare: è offuscata dalla nostra mediocrità. Il nostro carattere non è forgiato in maniera degna della "spada dello Spirito che è la Parola di Dio" (Ef 6,17), che dobbiamo brandire. Per non dire poi della nostra pusillanimità, grettezza, dei nostri peccati, che ci umiliano interiormente e che ripropongono con forza, anzi tutto ai nostri stessi occhi, la nostra inadeguatezza, anzi, la nostra indegnità. Di questo, e d’altro ancora, non possiamo non essere conscii. Noi non frapponiamo scuse. Lo confessiamo. Dobbiamo però inserirlo in un elemento di valutazione ultimo ed essenziale, che è di non poca consolazione per noi e per chiunque altro, ed è questo: quello che noi siamo, il messaggio del nostro esistere trascende la nostra persona. A noi sacerdoti, a noi apostoli si applicano anzi tutto le parole che abbiamo ascoltato dalla lettera di Paolo ai Corinzi: "Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti, quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio" (1 Cor 1, 27-29). Il nostro valore non è appunto in noi, vasi di creta, è nel tesoro di cui siamo custodi. Né è questo un alibi, è, ben più, una verità della nostra fede insita nella natura del rapporto tra l’uomo e Dio, ed è per noi di consolazione, anzi è gioia entusiasmante. Così come ci rasserena nel profondo la consapevolezza di avere su di noi lo sguardo del nostro Sommo Sacerdote, al quale noi guardiamo. Come sta scritto nella lettera agli Ebrei, egli è grande ed è passato attraverso i cieli, ma sa anche prendere parte alle nostre debolezze, messo alla prova in ogni cosa, come noi, escluso il peccato, e sempre è vivo ad intercedere a nostro favore (cfr Eb 4, 15. 25).
5. E’ per questo che da quel giorno di tanti anni fa ad oggi, non abbiamo mai perso la speranza, né la gioia che l’accompagna.
Non possiamo non ritornare con il pensiero a quel giorno, come oggi, di tanti anni fa. Noi eravamo allora pieni di trepidazione, ma anche di coraggio. Ci siamo allora prostrati a terra, manifestando tutta la nostra indegnità: siamo terra! Abbiamo chinato la testa sotto le mani del Vescovo, per ricevere dall’alto la potenza dello Spirito Santo ed essere resi partecipi dell’apostolato e del sacerdozio di Cristo. Non sapevamo, allora, non potevamo sapere che cosa ci attendeva. Ma abbiamo messo le nostre mani nelle mani del Vescovo per dire la nostra incondizionata fiducia nella Chiesa. Lo Spirito del Signore ci ha poi condotto per le vie che lui ha voluto, e che sempre – anche nelle tribolazioni ed angustie, nelle stanchezze e negli inciampi – sempre sono state belle, anzi, esaltanti, quando noi le abbiamo percorse con spirito di fede.