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24 aprile 2010


Una seconda meditazione deriva dall’episodio riguardante un angelo forse più inquietante ed arcano della Sacra Scrittura. Non mi riferisco alla drammatica guerra scoppiata in cielo tra Michele e i suoi angeli, da una parte, e il drago, Lucifero, e i suoi angeli, dall’altra, narrata dalle pagine dell’ultimo libro della Scrittura, nè all’origine di quella inspiegabile chiusura di alcuni angeli che voltarono le spalle a Dio, irrevocabilmente ostinati nella loro disperata dannazione e dannata superbia. Quella guerra, certo, è il punto più buio della Rivelazione divina, ma l’abisso dell’amore di Cristo ci ha salvati dall’abisso di odio e tristezza in cui sprofondarono gli angeli caduti, i demòni. La pagina cui vorrei piuttosto riferirmi sta nel primo libro della Scrittura, e narra di una notte trascorsa oltre il guado del fiume Iabbok. Quella notte il patriarca Giacobbe – colui che verrà chiamato Israele personalmente, dando il nome all’intera sua discendenza – si alzò, prese con sé i suoi undici figli, «fece loro passare il torrente e portò al di là delle acque tutti i suoi averi» (Gn 32,24). Poi rimase solo. E un misterioso avversario lottò con Giacobbe per tutta la notte, fino allo spuntare dell’aurora; non riuscendo a prevalere, nonostante nella lotta un colpo avesse slogato l’articolazione del femore a Giacobbe, la figura divina senza nome venuta da Dio fu costretta dalla tenacia del patriarca a benedirlo. «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto», aveva detto Giacobbe all’angelo della lotta.


Nella lingua greca, quella in cui furono scritti i vangeli, la parola lotta si dice άγων. Una notte di molti secoli dopo, il Signore Gesù si alzò da tavola, prese con sé i suoi undici apostoli, li fece passare al di là del torrente Cedron (Gv 18,1) e condusse oltre il guado tutti i suoi averi: i suoi apostoli, coloro che il Padre gli aveva dato, – possiamo dire - il mondo intero, poiché tutto ciò che esiste fu fatto per mezzo di Lui e in vista di Lui. Poi rimase solo. Chi era lì, i suoi più intimi, vinti dal sonno, ignoravano il mistero di ciò che si stava consumando a distanza di un tiro di sasso. Iniziava l’agonia. Che, appunto, significa la lotta. Una lotta per restare fedele fino in fondo, fino alla fine, al Padre, dicendogli, costi quel che costi: non ti lascerò! Anche allora «apparve un angelo dal cielo, a confortarlo» (Lc 22,43). La lotta si concluderà nel sangue di Gesù, ma al sorgere dell’aurora del nuovo giorno, del giorno nuovo, la benedizione potente della risurrezione riconoscerà la vittoria del Crocifisso.
Quell’angelo, con cui Giacobbe lotta senza sosta per strappargli una benedizione, così come l’angeloche scende dall’alto a confortare Gesù nel culmine della sua agonia tra gli ulivi del giardino del Getsemani, ci ricorda che le manifestazioni dell’altro lato del mondo, quando avvengono nel corso della nostra vita, ci lasceranno il segno e ci colmeranno di benedizione soltanto a condizione di non esserci accontentati. Quando la vita scorre soddisfatta della sua apparente "normalità" d’improvviso sei raggiunto dal mistero, in un contatto corpo a corpo. Il problema, allora, è quando la mediocrità, che è propria di ciascuno di noi, si trasforma in inerzia. Quando uno non si muove, si lascia vivere, approfitta di quello che ha e riduce le proporzioni del desiderio a ciò che non domanda impegno e che non chiede il coraggio di uscire dalla routine che si è instaurata. Allora è inutile ogni esperienza: il futuro che un giovane ha davanti diventa un problema da rinviare; la possibilità di far rinascere un paese un sogno irrealizzabile; il contatto con l’arte diventa un semplice divertimento estetico; la lettura della Bibbia una indagine antropologica; la celebrazione di un sacramento un rito senza scosse né brividi; l’immagine della Sindone una curiosità o un’impostura; e via dicendo. Non ci sfiora neppure l’idea che talvolta, nella realtà a cui eravamo abituati, irrompa qualcosa di diverso, che vorrebbe suscitare un risolutivo salto di qualità nell’esistenza. Quegli angeli, che nel cuore della notte rendono impossibile il sonno mentre Giacobbe lotta, e Cristo lotta, sono mandati da Dio, in mille forme e in mille momenti, per ricordarci che deve venire per tutti il momento in cui si è di fronte all’alternativa: o ti rinnovi, o non sarai più nessuno, perché non sarai più te stesso, e non compirai mai la tua missione. Il bello della vita, che dobbiamo coltivare a costo di dover sopportare qualche tensione in più e qualche comodità in meno, è riconoscere il varco immenso tra il possibile umano e il possibile di Dio. E concludere che l’elogio della normalità, dell’invisibile buona fede, della bontà implicita, dell’onestà senza pretese, del pensare come sempre ho pensato, deve cedere il passo al coraggio di non tirarsi indietro, alla forza di rivedere i criteri che per noi sono divenuti consueti, sottoponendoli ad una lotta corpo a corpo con Dio. E se resistono, allora valgono. Ecco, di questo tipo di uomini e donne, di appassionati all’arte, di giovani in formazione, di paesi carnici e di credenti c’è bisogno. Questi ottengono e diffondono grandi benedizioni. Ci sia concessa una tale forza.
 


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