Stato della Città del Vaticano
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24 giugno 2010

Omelia per la Festa di S. GIOVANNI BATTISTA
CHIESA DI MARIA MADRE DELLA FAMIGLIA

Giovanni Card. Lajolo

24 giugno 2010


Cari fratelli e sorelle,
sono commosso da questa iniziativa di commemorare il 50° anniversario del mio Sacerdozio, anche con una celebrazione più intima nella Chiesa di Maria Madre della Famiglia, dove ci incontriamo tutte le mattine, in un fraterno clima di famiglia, intorno alla mensa del Signore, sotto gli occhi puri ed attenti di Maria, Madre sua e nostra,  in una comune consuetudine di fede  e di devozione.

1. Forse dovrei dirvi in poche parole che cosa significa per me essere sacerdote, ed esserlo da cinquant’anni.
Il Sacerdozio è un Sacramento, e quindi un mistero che può essere compreso solo quando è vissuto, e, a dir vero, non può essere compreso appieno nemmeno da noi sacerdoti. Vorrei però dire almeno questo: essere sacerdote vuol dire trovarsi in
un rapporto particolare di missione da parte del Signore attraverso la Chiesa, ed essere così inviato, partecipe della missione apostolica. Ci si trova così sempre tra due termini: il punto di partenza, che è Nostro Signore, ed il punto d’arrivo, che sono coloro ai quali egli ci invia; essi non sono, però, che un primo punto d’arrivo, perché il punto d’arrivo ultimo è quello stesso di partenza: bisogna, infatti, rendere ragione a lui, al Signore, della missione compiuta o meno.
E’ da cinquant’anni che io mi trovo in questa missione, e dovrei quindi poter fare presente al Signore i risultati dei compiti da lui affidatimi.
Qui incominciano le vere difficoltà. Cinquant’anni, che a me sembrano incominciati appena ieri, e quindi con frutti ancora non maturi. Non so se tale impressione della brevità dei cinquant’anni – mezzo secolo! – sia dovuta al motivo degli impegni sempre più incalzanti, o non piuttosto a motivo degli scarsi risultati conseguiti. O forse ad entrambi i motivi.
Percezione della brevità del tempo passato, per il primo motivo; perché certo la Chiesa, che, come sposa di Cristo è, per così dire, la padrona di casa, non ha mai lasciato questo servo con le mani in mano. E’ l’esperienza di ogni prete che, se vuol cercare di servire, ha sempre l’agenda piena. Nella Chiesa, a volerla paragonare ad un’azienda, non si conosce il termine "disoccupazione".
Percezione della brevità del tempo per il secondo motivo, cioè per gli scarsi risultati. Tale motivo mi si è presentato con una nuova evidenza qualche giorno fa’, quando nell’Imitazione di Cristo ho letto la seguente preghiera, che mi è parsa uscire come dall’immagine della mia vita:

Aiutami, Signore Dio,
nel buon proposito,
nel tuo  santo servizio;
donami d’ incominciare oggi
in modo perfetto:
perché è nulla ciò che finora ho fatto.

"E’ nulla ciò che finora ho fatto"; e certo la consapevolezza di questo fatto – o meglio "non fatto!" - fa comprendere come il tempo passato, i cinquant’anni, mi sia troppo breve.
A consolarmi non mi restano che le parole che Gesù stesso ha posto sulle labbra dei suoi servi:  "quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare".  (Lc 17, 10). Questo essere "servo inutile" non è umiliante, anzi mi fa apparire tanto più grande il privilegio di essere stato ammesso nel servizio sacerdotale, dove colui che agisce è il Signore, mentre il sacerdote non è che strumento. Strumento dell’annuncio della Parola di Dio, che è, appunto, Parola di Dio, non del servo; strumento nell’amministrazione dei Sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia, in cui il sacerdote agisce "in persona Christi", dispossessandosi quindi, per così dire, di se stesso.

2. La festa solenne di oggi ci propone la figura di Giovanni il Battista; e sono lieto di dover parlare del mio ministero avendo di fronte a me proprio la figura del Santo di cui mi onoro di portare il nome.
Gesù stesso definì Giovanni "il più grande tra i nati di donna", mentre lui stesso si definiva solo come "l’amico dello sposo", che ne udiva la voce e ne gioiva; ed aggiungeva: "ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io devo diminuire" (Gv 3, 29-30).
E’ bello che la Chiesa inviti noi sacerdoti ad identificarci in qualche modo anche con Giovanni il Battista ogni volta che celebriamo la S. Messa. La Chiesa, infatti, pone sulle nostre labbra le parole più essenziali della missione di Giovanni,
quelle per cui egli è il più grande dei profeti: "Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo". In fondo non sono i meriti della vita del sacerdote che contano; importante è invece che egli si faccia "voce" per richiamare l’attenzione degli uomini su colui che solo è la luce del mondo, la Via, la Verità, la Vita, colui che solo riscatta la nostra vita dal peccato e dalla morte.
"Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a voi è stata mandata questa parola di salvezza". Così termina il Vangelo di oggi.
"Questa parola di salvezza" non è altro che Gesù stesso: ed è in lui che il ministero sacerdotale, come ogni ministero profetico ed ogni ministero apostolico, è chiamato a ricapitolarsi. E quindi a misurarsi. E ciò vuol dire insieme: confondersi in umiltà, ma anche esaltarsi con gioia. Perché Gesù - il Salvatore - è Parola di salvezza, per il sacerdote e per tutti.
E pertanto - e non è poco - grande è la gioia, pure tra le tante incombenze e sofferenze che sempre accompagnano la vita del sacerdote, e che hanno accompagnato la mia. Di tanto mi è gradito dare oggi testimonianza, con gratitudine, di fronte a voi tutti; ed invitarvi a ringraziare e lodare con me il Signore.


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