Stato della Città del Vaticano
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25 maggio 2010

2. Dalle parole di Paolo che abbiamo ascoltato nella prima lettura, dalla lettera agli Efesini, il sacerdote non può non sentirsi preso. Paolo le scrive – per così dire - in ginocchio: "Io piego le ginocchia – egli scrive - davanti al Padre, dal quale ogni paternità, in cielo o sulla terra, prende nome"
Sono parole che, anch’esse, non possono non toccare ogni credente, perché è a tutti che l’Apostolo vuol far conoscere le impenetrabili ricchezze di Cristo, tutti egli vuol aprire all’ampiezza, lunghezza, altezza e profondità dell’amore di Cristo, che supera ogni conoscenza. Ma Paolo parla anzi tutto del ministero a lui conferito con l’apostolato, "secondo il dono della grazia di Dio concessagli secondo l’efficacia della sua potenza". Come all’Apostolo, è proprio al sacerdote che, in virtù della sua partecipazione al medesimo ministero, è affidato il compito sublime di "annunciare le impenetrabili ricchezze di Cristo", comunicare la conoscenza dell’amore di Cristo, che supera ogni conoscenza, perché tutti abbiano "la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui".
Ciò avviene attraverso il ministero della Parola di Dio, che il Concilio Vaticano II pone fortemente in rilievo come elemento primario del ministero sacerdotale (cfr Presbyterorum ordinis, n. 4). Essa annuncia il mistero di Cristo, e nostro, nascosto in Dio. Essa è parola di vita, forte come una spada (cfr Ef 6, 17) e dolce come il miele (cfr Ap 10, 9). Essa tocca il cuore, lo purifica, e cambia la vita.
Ciò avviene non meno nella celebrazione dei sacramenti, in particolare dell’Eucaristia, di cui il sacerdote è ministro (ibidem 5). L’Eucaristia è il sacrificio di Cristo, in cui si riversa e consuma tutto l’amore di Dio per noi. L’Eucaristia è il sacrificio della Chiesa, che si fa tutt’uno con Cristo, di cui essa è il corpo mistico, nell’offrirlo e nell’offrirsi al Padre nello Spirito Santo. E non è forse dell’Eucaristia che vive il sacerdote, come del momento più qualificante della sua giornata, momento in cui egli opera in persona Christi, e dal quale attinge la luce per la sua parola, la forza per la sua vita, la fecondità per il suo ministero? Luce, forza, fecondità sua, perché di Cristo; luce, forza, fecondità sua, ma rivolta ad essere trasfusa, in soprannaturale fecondità, nella vita dei fedeli.


3. Il Salmo responsoriale, 84, può apparire un po’ estraneo ai pensieri che mi è piaciuto proporre partendo dai brani tratti dal Vangelo di Giovanni e dalla Lettera agli Efesini, ma in realtà esso dà l’atmosfera spirituale in cui essi sono come immersi.
Il Salmo 84 esprime un’esperienza propria di chi vive da vicino e, per così dire, assapora la vita del Tempio di Gerusalemme: per noi cristiani, la vita del tempio di Dio, che è la Chiesa. E’ un sentimento come di familiarità, di consuetudine, di vita accogliente, di rifugio e ristoro rassicurante e riposante - dopo i passi faticosi ed incerti nella "valle del pianto" - di soddisfazione intima, di calore vitale: come quello del passero che presso l’altare del Signore - sotto la cimosa o in un anfratto delle mura del Tempio - trova una casa, e della rondine che vi trova il nido dove porre i suoi piccoli. Chi frequenta le celebrazioni liturgiche avverte, direi, spontaneamente dov’è la patria del suo cuore: nella più splendida basilica come nella più umile cappella egli respira un ambiente trasfigurato e trasfigurante, semplice ed insieme organicamente strutturato, austero, ma anche elevante e gioioso,  quale solo gli atrii del Signore possono offrire ai pellegrini della vita e della fede.


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