26 giugno 2010
OMELIA IN OCCASIONE DELLA ORDINAZIONE SACERDOTALE
NELLA CHIESA DEL GESU’ IN ROMA
26 giugno 2010 - ore 16
1. L’unico Sommo ed Eterno Sacerdote è Gesù.
E’ ben giusto che l’odierna liturgia per l’Ordinazione Sacerdotale, al grado del Presbiterato, dei diaconi Antuan Ilgit e Gabriele Giunti, ci proponga, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, un passo della Lettera agli Ebrei, che parla del Sacerdozio di Cristo.
Di esso è una partecipazione sia il sacerdozio regale dei fedeli, sia, secondo una diversa modalità, il sacerdozio ministeriale dei presbiteri e dei Vescovi.
Vorrei pertanto iniziare con una parola sul sacerdozio κατ`έξοχήν, il sacerdozio di Cristo. Esso è per vero singolare, perché in esso, a differenza del sacerdozio aronitico, come di qualsiasi altro sacerdozio di altre religioni, sacerdote e sacrificio si identificano. Il sacrificio, che Cristo Sacerdote offre, consiste nel bruciare – per così dire – la propria volontà nella volontà di amore al Padre, “nel suo pieno abbandono a lui”. Come dice sempre la lettera agli Ebrei, citando il Salmo 40, Dio non ha gradito nè olocausti nè sacrifici per il peccato, ma ha preparato a Cristo un corpo; per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: “Ecco io vengo a fare la tua volontà” (cfr. Eb 10, 5-7). Nel compiere la volontà del Padre, volontà tutta e totalmente di amore per l’uomo, il Figlio eterno del Padre, “fatto uomo”, sacrifica, brucia di amore la sua umanità, dona il suo corpo, il suo sangue, la vita. In quella oblazione d’amore di Gesù, vero Dio e vero uomo, al Padre per l’uomo peccatore, egli è sacerdote ed olocausto. Così egli ci ha amato “fino alla fine” (cfr Gv 13,2). Ha dato fine, ha esaurito l’infinita ed onnipotente capacità di amore di Dio, ed al contempo ha rivelato Dio come amore, in sé e nella storia nostra, trasformando il male in bene: il deicidio umano in strumento divino di salvezza per l’uomo. Per questo “mediante quella volontà – che unisce il Padre ed il Figlio in un solo atto d’amore per noi - noi peccatori siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre” (Eb 10, 10).
Partecipare di tale sacerdozio sacrificale di Cristo è privilegio regale di ogni battezzato, che, in quanto unito a Cristo, entra nella stessa fiamma d’amore obbediente, d’obbedienza amorosa, ed è reso capace di offrire il sacrificio spirituale puro, perfetto, che ci coinvolge in tutta la nostra umanità: anima e corpo.
Il sacerdozio ministeriale, di cui oggi voi, cari Antuan e Gabriele, sarete resi partecipi, non può che sostanziarsi anch’esso della stessa realtà del sacerdozio di Cristo, ma da un altro versante, chiaramente distinto da quello del sacerdozio regale, comune a tutti i fedeli, di cui voi, ovviamente, non cessate di partecipare.
Il sacerdozio, in cui voi oggi entrate, è sempre retto dal dinamismo dell’amore obbediente, dell’obbedienza d’amore, di Cristo, ma è specificamente rivolto a servire il sacerdozio regale di tutti i fedeli, motivandolo, sostenendolo, riportandolo costantemente alla sua fonte originaria, che è l’amore di Cristo per noi, e guidandolo al suo fine ultimo, che è quello di unirsi a lui in una unica fiamma di amore per il Padre.
Come questo ordinarsi, e subordinarsi, del sacerdozio ministeriale a quello regale si attua, ci è esemplificato - mi sembra - nella prima lettura e nel Vangelo.
2. La prima lettura, tratta dal Profeta Isaia, parla del mandato proprio del Profeta su cui è sceso lo spirito del Signore consacrandolo con l’unzione. Il brano è pregnante, indicando la sostanza del ministero profetico. Quelle parole di Isaia Gesù le applicò a sé, proprio inaugurando il suo ministero pubblico, nella Sinagoga di Nazareth (cfr. Luca 4, 16-21), e dichiarando che in lui quella scrittura si era “compiuta”, vale a dire, non solo realizzata, ma portata al suo termine ideale e reale: essa è infatti vitalmente inserita nella missione d’amore affidatagli dal Padre.
In quella profezia di Isaia, e di Gesù, è adeguatamente configurato anche il Ministero della Parola, del servizio profetico, che costituisce una caratteristica primaria del sacerdozio ministeriale a servizio del sacerdozio regale di tutti i fedeli. Si tratta, come è facile comprendere, di un vero Vangelo, pienezza di lieto messaggio che viene proclamato: messaggio di consolazione, di liberazione, di giustizia e di gioia: “per manifestare la gloria di Dio”. E messaggio non solo proclamato, ma anche attuato.
E’ un messaggio tutto spirituale, degno dello Spirito del Signore che è sopra il Profeta e lo consacra con l’unzione; ma non è senza evidenti risvolti sociali, inerenti alla vita vissuta dell’uomo. E’ un messaggio rivolto a riportare l’uomo sotto la signoria liberatrice di Dio e a svincolarlo dalla servitù degli idoli, così come da ogni catena umana, a liberarlo dall’ignoranza e dall’errore, per fargli vivere “l’anno della grazia”, il tempo nuovo, riportandolo nell’alveo fecondo dell’amore di Dio, e così farne una creatura immersa nella gioia dell’amore dei fratelli e, per tale amore, pronta, a sua volta, a sacrificarsi.