28 gennaio 2010
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE- FEDE E SPAZIO SACRO"
AMBASCIATA DI SPAGNA PRESSO LA SANTA SEDE
Una testimonianza personale del Cardinale Giovanni Lajolo
28 gennaio 2010
1. Ho accettato volentieri l’invito di Sua Eminenza il Cardinale Bernard Law, Arciprete della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, a partecipare al presente incontro di presentazione del libro Basilica di S. Maria Maggiore – Fede e spazio sacro, che esce ora per i tipi dell’Editrice San Giorgio. L’ho accettato volentieri anche per l’onore che mi è concesso di parlare in questa antica e nobile Ambasciata di Spagna. La Spagna ha con Santa Maria Maggiore vincoli storici molto significativi, come appare a chiunque vi entri, dalla grande statua bronzea, su disegno del Bernini, di Filippo IV nel portico della Basilica. Tra gli scranni dei Canonici al "Re Cattolicissimo” (era il titolo dei Reali di Spagna) è riservato un posto speciale, e, in quella statua, Filippo IV sembra avere qualcosa da dire, anzi, con il suo scettro teso, qualcosa da comandare o da graziosamente concedere.
Il Cardinale Arciprete mi ha chiesto una testimonianza non sul libro, ma sui miei rapporti – per così dire – personali con questa Basilica. A Sua Eminenza pareva, infatti – così mi disse – che io mi mostrassi ad essa legato non solo da rapporti ufficiali, per i compiti di Sovrintendenza nel campo dei Beni Culturali propri del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, ma anche da qualcosa di più personale.
2. Dico subito, perché non vorrei suscitare aspettative che andrebbero deluse, che i miei rapporti personali con questa Basilica sono sì personali, ma anche comuni a moltissimi altri, soprattutto se sacerdoti o persone di fede.
Una prima costante vicinanza mi fu data di vivere durante la mia preparazione al Sacerdozio, come alunno del Pontificio Seminario Lombardo, posto proprio diagonalmente a sinistra di fronte alla Basilica Liberiana. Erano gli anni dei miei studi di filosofia e di teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Erano quelli gli ultimi anni prima del Concilio Vaticano II, nei quali nei nostri spiriti si fondevano, quasi spontaneamente, insieme a fremiti di attesa di nuovi sviluppi nella Chiesa, gli straordinari impulsi spirituali che può percepire ogni giovane che si va preparando alla missione sacerdotale nell’incomparabile scenario culturale e religioso dell’Urbe: dove egli entra in contatto con altri giovani di tutti i Continenti, animati da pari impegno ed entusiasmo, e dove si respira l’atmosfera propria del Centro della Cattolicità, all’ombra della Cattedra di Pietro. Erano quelli gli ultimi anni di Pio XII ed i primi di Giovanni XXIII.
La Basilica Liberiana, proprio per la sua contiguità, era per noi del Collegio Lombardo un ovvio punto di riferimento spirituale; e – a dir vero – noi giovani guardavamo con un certo rammarico al fatto che non era a noi, ma agli alunni dell’Almo Collegio Capranica che spettava il privilegio del servizio liturgico nelle cerimonie domenicali e festive della Basilica.
Il centro della nostra attenzione spirituale era, indubbiamente, la Salus Populi Romani nella sfarzosa Cappella Paolina: in quell’immagine la Madre di Dio – Μήτηρ Θεου̃ , come dice l’iscrizione - abbassa uno sguardo benevolo e tiene in braccio, con le mani intrecciate, il Figlio Divino, mentre questi a sua volta tiene, con la mano sinistra, un gran libro e con la destra invia una benedizione molto forte e decisa, che appare quasi indirizzata a destinatari esterni, verso i quali volge uno sguardo attento, intenso.
La pietà popolare aveva attribuito l’immagine a S. Luca, l’Evangelista che nel suo Vangelo offre un ritratto di Maria così semplice e puro, caldo e profondo. Come nelle icone orientali, in essa tutto è simbolo, e da essa emana un fascino, lieve insieme e penetrante, che ha sempre catturato la devozione dei fedeli. Ai piedi di quell’immagine di Maria anch’io, come tanti altri seminaristi e tanti altri pii fedeli, deponevo, nel mio avvicinarmi alla grande meta del Sacerdozio, aneliti, attese, propositi e richieste di grazie. Noi seminaristi avvertivamo spontaneamente nella Salus Populi Romani la nostra Mater spiritualis. E, come giunsi al traguardo dell’Ordinazione Sacerdotale, la Prima Messa che potei celebrare a Roma, la celebrai a quell’altare. Là sono poi sempre tornato a far visita, come ad un appuntamento fisso, insieme dovuto e desiderato, ad ogni mio ritorno a Roma dai luoghi dove gli studi o la missione diplomatica mi portavano.
3. Ma certo il riferimento spirituale non poteva fermarsi là. Come non rimanere soggiogati dalla gloria del grandioso mosaico del Torriti, che riveste il grande catino dell’abside, con Cristo che incorona sua Madre tra una serie mirabile di Angeli, di Apostoli e di Santi? Come non lasciarsi prendere dallo slancio del grande arco trionfale con quella scritta così mirabile nella sua solenne semplicità: Xystus Episcopus Plebi Dei? Vi si manifesta con la luminosa semplicità dell’arte l’enfasi teologica da attribuire al Dogma di Efeso, della Theotokos, di Maria Dei Genitrix, della Maternità divina di Maria: dogma che, a sua volta, altro non evidenzia che la verità storica ed umana del Mistero dell’Incarnazione: fondamento della fede di cui deve vivere la Plebs Sancta Dei. Il Figlio di Dio, generato nell’eternità del Padre, è generato nel tempo – quando dei tempi giunge la pienezza - da una donna: Maria. Questo mistero trasfigura il senso dell’essere umano e connota il senso del vivere cristiano. E’ appunto a commemorazione di tale dogma, proclamato ad Efeso nel 431, che la Basilica venne eretta da Sisto III, durante il suo pontificato, dal 432 al 440.