21 settembre 2008
SALUTO INTRODUTTIVO ED OMELIA
PER LA S.MESSA NELLA NOVENA DELLA FESTA DI P.PIO
San Giovanni Rotondo, 21 settembre 2008 – ore 18
Saluto cordialmente il P. Francesco, Rettore del Santuario di S. Giovanni Rotondo, i confratelli, i concelebranti, e con loro saluto cordialmente tutti voi qui riuniti in questa celebrazione eucaristica nel quarantesimo anniversario della morte di P. Pio e nel novantesimo anniversario dell’impressione delle stimmate sul suo corpo.
Il Signore è vicino a chi lo cerca. Paziente e misericordioso è il Signore. La sua tenerezza si espande su tutte le sue creature, così canteremo nel salmo responsoriale di oggi. P. Pio è stato il segno che il Signore è vicino a quanti lo cercano con cuore sincero, ma ancor più che il Signore con non minore amore cerca anche chi non gli è vicino, ma pure, senza averne chiara coscienza, avverte nel profondo del proprio essere il bisogno di lui, perché solo Dio è la pace del cuore. P. Pio nella sua grande bontà, fatta di tenerezza con chi ne aveva bisogno ed anche di rudezza con chi abbisognava di più forte rimedio, è stato per tutti un grande strumento della grazia e della misericordia infinita, che tutti abbraccia, perdona, rialza, conforta, rianima.
Eccoci dunque qui, anche noi oggi, bisognosi più che mai della misericordia del Padre, all’inizio di questa celebrazione eucaristica, sotto l’occhio amorevole ed incoraggiante di P. Pio.
Invochiamo con umiltà e viva speranza la misericordia del Padre, che conosce i nostri bisogni, le nostre debolezze, le nostre miserie, i nostri desideri, ed anche i nostri buoni propositi ed i nostri slanci d’amore per lui.
Con la grazia dello Spirito Santo, effuso dal cuore squarciato di Cristo, egli purifichi la nostra anima nel suo profondo e la apra alla sua grazia.
OMELIA
1. Devo confessare che ho esitato alquanto prima di accettare l’invito del Padre Francesco a celebrare con voi questa solenne Eucaristia in occasione del 40° anniversario della morte di San Pio da Pietrelcina e del 90° anniversario delle sue stimmate.
Ho esitato nella consapevolezza che la figura di Padre Pio è così semplice ed al contempo così ricca, che non è facile parlarne. Ma poi ho pensato: io non devo parlare di Padre Pio; ai suoi devoti la sua vita è ben nota; ne conoscono la persona e la storia assai meglio di me, e lo amano, e con quella conoscenza che solo l’amore può dare, sono vicini al suo spirito. Non devo parlare di lui; devo parlare di Cristo. L’Apostolo Paolo dice di sè: “Noi predichiamo Cristo, e Cristo crocefisso, stoltezza e scandalo per il mondo, ma sapienza e forza di Dio”(cfr. 1 Cor 1, 17-25). Ma è proprio a questo che invita la paterna figura di Padre Pio.
2. Che altro ha fatto Padre Pio nella sua vita terrena, se non annunciare Cristo e Cristo crocifisso? Come lo ha fatto? Lo ha fatto prima che con la parola, con il suo stesso essere: portando nella sua carne le stimmate di Gesù: come l’apostolo Paolo, come Francesco d’Assisi, di cui lui era figlio nello spirito.
Che significato hanno le stimmate? Esse sono un segno vivo del Cristo crocifisso e risorto. Ed è così che esse sono in rapporto con la nostra fede. La fede ci fa infatti conoscere il Cristo morto e risorto, per poter vivere con lui, e con lui morire. Ricordate la sera dell’ottavo giorno dopo la risurrezione di Gesù, quando egli apparve nel mezzo degli apostoli rinchiusi nel Cenacolo, mentre con loro c’era anche Tommaso? Tommaso aveva detto agli altri apostoli, ai quali il Signore era apparso in sua assenza la sera stessa della sua risurrezione, che egli non avrebbe creduto se non vedeva nelle sue mani i segni dei chiodi, se non metteva il dito nei segni dei chiodi e la sua mano nel suo costato. Gesù, dunque, quella sera dell’ottavo giorno dopo la risurrezione, dice a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e stendi la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere più incredulo ma credente”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto. Beati quelli che pur non avendo veduto, crederanno”. (Gv 20, 27-28)
Beati quelli! … Siamo noi, noi che siamo chiamati a credere senza vedere le stimmate di Gesù. Nelle sue parole, Gesù si riferiva alle stimmate impresse nel suo corpo lacerato dai chiodi con cui venne crocifisso, e dal colpo di lancia che ne trafisse il petto, quando era ormai morto, stimmate presenti e splendenti di luce divina nel suo corpo glorioso. Ma il Signore conosce la debolezza della nostra fede, e per venire incontro ad essa ha fatto anche a noi vedere le sue stimmate – prodigiosamente riapparse – nel corpo di Padre Pio. Sono le stimmate di Cristo, come lo erano quelle di Paolo, o quelle di Francesco. Certo, per chi non vuol credere, non c’è prodigio, non c’è segno che valga. Di fatto alcuni non credevano affatto alle stimmate di Padre Pio; lo ritenevano un mistificatore, o uno psicopatico. Si verificavano così le parole di Gesù: “Un discepolo non è da più del maestro, nè il servo da più del suo padrone…Se hanno chiamato Belzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi famigliari?” (Mt 10, 24-25).
Ma non stava a Padre Pio di dimostrare l’autenticità delle sue stimmate; perché era Dio che in lui le mostrava, in lui dava un segno. E lo dava non perché noi guardassimo a Padre Pio – e lo stesso Padre Pio era ben lontano dal volerlo, anzi rifuggiva da chi voleva guardare a lui. Le stimmate gli erano date perché noi guardassimo a Cristo, crocifisso e risorto; perchè di fronte alle stimmate di Padre Pio, immagine di quelle di Cristo, anche noi nella debolezza della nostra fede, ci sentissimo, come l’apostolo Tommaso da lui irresistibilmente attratti, e, cadendo in ginocchio, gli dicessimo: “Mio Signore e mio Dio!”