settembre 2008
INTERVISTA RILASCIATA AL MENSILE “PROGRESS”
settembre 2008
1. Con l’avvento di Papa Benedetto XVI si è parlato di un nuovo corso della Chiesa. Quali sono perciò le novità rispetto al passato?
A partire da Leone XIII (per non risalire oltre il XX secolo) la Sede di Pietro ha avuto grandi personalità, vere guide spirituali della Chiesa, oltre che interlocutori sensibili e molto determinati e, quando necessario, coraggiosi nel rispondere alle esigenze del loro tempo. Ogni Papa ha lasciato una precisa impronta della sua personalità. Ora siamo solo nel terzo anno di Pontificato di Benedetto XVI. Non è quindi facile determinare il suo apporto proprio.
A giudicare dalle due prime encicliche di Benedetto XVI, direi che questo Pontefice si proponga fondamentalmente di rispondere al bisogno di verità su Dio – esiste? che cosa sappiamo di lui? -, e conseguentemente sul significato, molto concreto, che ne deriva per l’esistenza umana; ed al contempo di illustrare l’unicità della rivelazione di Dio in Cristo. Con la sua prima enciclica – Deus caritas est - egli si è preoccupato anzi tutto di fare conoscere il Dio-Amore, che è un proprium della rivelazione cristiana, per facilitare un incontro con lui da parte dell’uomo moderno; e questo, entrando anche in colloquio con i grandi pensatori dell’umanità e dell’epoca moderna e contemporanea. Poi, con la sua seconda enciclica – Spe salvi -, ha voluto offrire una prospettiva aperta, ma non vaga, alla nostra esperienza sempre in cerca di nuovi approdi, parlando di una “speranza” che eleva, salva, e non delude. Inoltre nei suoi numerosissimi interventi cerca di rispondere alle esigenze del momento, al bisogno intellettuale e spirituale delle persone che a lui si rivolgono, alla luce del Vangelo – come del resto hanno fatto i suoi predecessori. La continuità con i predecessori è inevitabilmente assai più grande della novità. Vorrei infine notare che non sarebbe difficile compiere un’analisi storica per mostrare come ogni Pontefice riprenda e faccia suo qualcosa di peculiare del suo predecessore: si pensi al nuovo modo più familiare di contatto con la gente, alla visita alle parrocchie romane, come ai viaggi nazionali e internazionali. Ormai per il Papa è impossibile sottrarsi alle sollecitazioni che gli vengono da tutte le parti. Questo Papa, comunque, così come Giovanni Paolo II, è un generosissimo “seminatore della Parola”. Un tratto caratteristico delle sue omelie è l’aderenza esegetica alla Sacra Scrittura, con un tipo di esposizione sapienziale e talvolta anche allegorica, nutrita di riferimenti alla dottrina degli antichi Padri della Chiesa. Non senza una certa sorpresa ho sentito persone molto semplici, così come persone di alta levatura intellettuale, come, per esempio, ambasciatori, dichiarare di sentirsi molto ispirati dalle parole di questo Pontefice.
2. Il dialogo con le altre confessioni religiose quali risultati sta producendo?
Il cammino è stato cominciato ormai da molto tempo; ma, anche se tanta strada è stata fatta, incomparabilmente più lunga resta quella ancora da percorrere. Per le tappe del viaggio (non dico per la conclusione) non si può ragionare in termini di anni, ma, come minimo, di decenni. Bisogna poi distinguere, se ho ben compreso l’ampiezza della sua domanda, tra il dialogo propriamente ecumenico, cioè, tra le confessioni cristiane ed il dialogo interreligioso, cioè tra religioni diverse. A secondo dei casi, la risposta è molto diversa. In campo ecumenico l’avvicinamento spirituale – ma non quello dogmatico – è assai rilevante. Ma anche qui bisogna distinguere. Con gli Ortodossi, i rapporti con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli sono molto cordiali, mentre quelli con il Patriarca di Mosca, in cui non manca da entrambe le parti la buona volontà, si inceppano su alcune questioni pratiche. Con gli Anglicani i rapporti sono amichevoli, ma in campo morale alcune fratture si sono fatte ancor più ampie. V’è poi tutto il mondo variegato dei Protestanti. Non sottovaluterei, infine, il faticoso risultato raggiunto con la dichiarazione sulla dottrina della giustificazione tra la Chiesa cattolica e la Federazione Luterana Mondiale firmato ad Augsburg il 31 ottobre 1999.
Passando a parlare del dialogo interreligioso, è necessario distinguere il dialogo con l’islam e le sue diverse espressioni, da quello con il buddismo e l’induismo, parimenti non esenti da articolazione in diversi rami. Il dialogo più impegnato è, ovviamente, quello con i musulmani, sia perchè l’islam, così come il cristianesimo ed il giudaismo, si rifà al Dio di Abramo, sia per il numero dei suoi aderenti, suppergiù pari a quello dei cattolici. Ma non va dimenticato che, nonostante l’apparenza esterna, anche l’islam non è una realtà compatta. A parte alcuni fondamentali punti comuni (i cosiddetti cinque pilastri: fede in Allah e nel suo profeta Maometto, le preghiere rituali, l’elemosina, il digiuno del Ramadam, il pellegrinaggio alla Mecca), esso è vissuto in modo diverso, per esempio, nei paesi arabi o nei paese asiatici, anche se la diffusione del fondamentalismo tende a introdurre forme indifferenziate, almeno per quanto riguarda pratiche esterne. Inoltre l’islam non ha una autorità religiosa gerarchica riconosciuta, nemmeno in seno alle sue diverse espressioni dottrinali (Sunniti, che sono circa l’80%, Sciiti, etc.). La Santa Sede non ha dunque di fronte a sé alcun interlocutore giuridicamente autorevole con cui trattare, per cui il dialogo procede su diversi livelli: alcune volte con istituzioni culturali – come l’Università Al-Ahram del Cairo, altre volte con personalità politiche, - poiché l’islam non conosce la separazione tra politica e religione, tra istituzioni religiose ed istituzioni statali. Va anche detto che i presupposti per un dialogo efficace sono, da parte islamica, molto diversi; e, anzi, la maggior parte delle varie istanze islamiche sembrano non avere ancora ben chiaro che cosa la Chiesa cattolica voglia con il dialogo: di qui titubanze e sospetti. Appare pertanto indispensabile dissodare anzitutto un estesissimo terreno, irto di difficoltà storiche, psicologiche, sociali oltre che dottrinali, per creare una base culturale di comune incontro. Ho trovato molto incoraggiante la lettera delle centotrenta personalità islamiche al Santo Padre, in data 13 ottobre 2007, che si propone appunto di avviare un dialogo partendo da ciò che appare essere comune: la fede nell’unicità di Dio ed il comandamento dell’amore per il prossimo. Questi possono essere punti sicuri di incontro nella fede e nella morale, che non possono impedire di ignorare ciò che vi è di diverso, e proprio all’interno dello stesso concetto di Dio e del comandamento dell’amore per il prossimo. Altrimenti a che pro dialogare?
3. I grandi problemi del nostro tempo sono il terrorismo, la violenza e la fame nei paesi sottosviluppati. In quanto universale, come si muove la Chiesa in questa direzione?
Posso dare una risposta semplice ed esauriente: predicando e praticando l’amore. L’amore cristiano non è un sentimento o concetto astratto. Esso si sostanzia anzitutto del riconoscimento e del rispetto dei diritti della persona umana in quanto tale: sono i cosiddetti “diritti fondamentali dell’uomo”, i quali non possono essere diversi all’est e all’ovest, al nord e al sud, perché diversa non è la persona umana, anche se le forme di attuazione possono e devono avere varianti nelle diverse culture. Per quanto riguarda la fame, che è il più “urgente” dei problemi – perché: primum vivere! – penso che nessuna organizzazione umana possa competere con ciò che la Chiesa cattolica mette in campo con i programmi istituzionali della Santa Sede, di Conferenze Episcopali, di diocesi e di parrocchie, e attraverso i suoi missionari e le sue missionarie, e con l’aiuto spontaneo – diffusissimo, ma difficilmente quantificabile - di innumerevoli canali privati, che inviano generosamente soccorsi alle missioni. Sul problema della pace – problema sempre bruciante, come le violazioni che la feriscono – personalmente sono rimasto molto colpito da una parola di Giovanni Paolo II, posta a motto di una Giornata Mondiale della Pace: “Non c’è giustizia senza perdono”. Può lasciare perplessi, ma in realtà è un altro modo di esprimere ciò che il Signore ci ha insegnato nella preghiera del Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Ma è soprattutto l’elevazione culturale ed umana - incominciando dall’alfabetizzazione - delle popolazioni più povere il più grande aiuto che ad esse si può dare su come affrontare i loro problemi. Basta compiere un viaggio in certi paesi – come mi è stato di compiere recentemente in Malawi, un paese poverissimo – per rendersi conto del contributo civilizzatore dato sul campo da tanti missionari e missionarie. Ed è così in ogni paese povero: in Africa, in Asia o in America Latina.