6 giugno 2006

QUALCHE INFORMAZIONE
SULLA
DIPLOMAZIA VATICANA

Conferenza di
S.E. Mons. Giovanni Lajolo
Segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati
all’Accademia Croata delle Scienze e delle Arti
Zagabria - 6 giugno 2006

 

In molti ambienti è opinione diffusa che ciò che riguarda il Vaticano sia in qualche modo come nascosto dietro una oscura nube, e difficilmente conoscibile: i “misteri del Vaticano”! La realtà è però ben diversa; complessa, se si vuole, ma in fondo non difficile da conoscere. Certo, per comprenderla è indispensabile conoscere le fonti. Un po’, se mi consentite il paragone, come avviene con i programmi informatici: restano enigmatici finché non se ne conosce la fonte. Ora, quali sono le fonti di tutta l’attività vaticana? Semplificando, esse si possono ridurre a tre: la Sacra Scrittura, i Concili Ecumenici – oggi in particolare il Concilio Ecumenico Vaticano II – ed il Codice di Diritto Canonico.

Ed è proprio a quest’ultimo – ossia al Codice di Diritto Canonico – che io vorrei ora rifarmi per introdurre questa mia informazione sulla diplomazia vaticana, tra le attività della Santa Sede una indubbiamente molto caratteristica. Dirò subito, come premessa, che tutta la mia esposizione si articolerà nelle seguenti parti:

  1. Natura e spirito della diplomazia vaticana;

  2. Uno sguardo, a volo d’uccello, sullo sviluppo storico della medesima;

  3. La sua consistenza odierna;

  4. Alcuni cenni sui punti focali del suo interesse oggi;

  5. La diplomazia vaticana e la nuova Croazia.

 

I. Natura e spirito della diplomazia vaticana

Per comprendere la natura e lo spirito della diplomazia vaticana basta aprire il Codice di Diritto Canonico al capitolo V del Libro II, che si intitola: “I Legati del Romano Pontefice”, e ne tratta nei canoni da 362 a 367. Sono quindi in tutto solo 6 canoni (i).

1. Dal primo dei citati canoni appare subito la natura della diplomazia vaticana. Anzitutto: i cosiddetti “Ambasciatori del Vaticano” sono Rappresentanti del Romano Pontefice. Il Romano Pontefice – lo leggiamo nel can. 331 – è “il Capo del Collegio Episcopale, il Vicario di Cristo e il Pastore su questa terra della Chiesa universale”. Il riferimento essenziale, costitutivo degli “Ambasciatori del Vaticano”, è dunque il Papa con le predette sue caratteristiche, non altro. Non, in particolare – mi preme precisarlo – il Papa in quanto “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano”. E per questo la natura propria degli “Ambasciatori del Vaticano” non è di essere “Ambasciatori dello Stato della Città del Vaticano”, bensì “Ambasciatori del Papa”; e ad essi, secondo un’antica tradizione, è conferito il titolo di “Nunzi Apostolici”(ii): titolo che intende appunto mettere in evidenza la natura primariamente ecclesiale e non statuale del loro ufficio.

Mi pare quasi di avvertire una spontanea obbiezione: “ma con ciò non si emarginano i Nunzi Apostolici dalle relazioni proprie del diritto internazionale, che è un diritto fra Stati?” Vorrei rispondere molto sinteticamente, con un duplice ordine di considerazioni:

  • il primo di carattere storico: il diritto di legazione del Romano Pontefice è – come dice sempre il Codice di Diritto Canonico al citato can. 362 – “nativo ed indipendente”. Esso venne esercitato sin dai primi tempi in cui la Sede Apostolica poté godere di libertà, e si sviluppò poi ininterrottamente nel corso dei secoli – anche dopo la debellatio dello Stato Pontificio nel 1870 – fino ad oggi, come esporrò più ampiamente nella seconda parte di questa mia conferenza. E il Trattato Lateranense dell’11 febbraio 1929, con una formula giuridicamente molto pregnante recita: “L’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede nel campo internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformità alla sua tradizione ed alle esigenze della sua missione nel mondo” (art. 2).

  • Significativo è per altro – e questo è un secondo ordine di considerazioni – che lo stesso Trattato, nel secondo comma del Preambolo dichiara: “che dovendosi, per assicurare alla Santa Sede l’assoluta e visibile indipendenza, garantirLe una sovranità indiscutibile pur nel campo internazionale, si è ravvisata la necessità di costituire, con particolari modalità, la Città del Vaticano, riconoscendo sulla medesima alla Santa Sede la piena proprietà e l’esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana”. Con ciò si viene chiaramente a stabilire che, se uno Stato o l’altro, per sue proprie ragioni non vorrà riconoscere – come fa l’Italia – la sovranità della Santa Sede “come attributo inerente alla sua natura”, non potrà però metterlo in discussione, e ciò a motivo della sua “esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana sulla Città del Vaticano”; e questa è, pur nella sua piccolezza, uno Stato giuridicamente pari a qualsiasi altro Stato e, appunto come tale, posto a garanzia dell’indipendenza del Romano Pontefice da qualsiasi autorità temporale: condizione, come anche la recente storia ha dimostrato, indispensabile per una libera esecuzione del mandato apostolico.

2. I Nunzi Apostolici – per tornare a parlare più direttamente di loro – rappresentano, dunque, primariamente il Romano Pontefice in quanto Suprema Autorità della Chiesa. A prescindere dal Nunzio Apostolico in Italia, per palesi condizioni geografiche coinvolto anche in alcune questioni relative all’applicazione del Trattato Lateranense, si può dire che lo Stato della Città del Vaticano, non dà ai Nunzi Apostolici... molto lavoro! Dalla natura ecclesiale dell’ufficio del Rappresentante Pontificio derivano necessariamente anche le funzioni e lo spirito del suo servizio.

2.1. Una prima funzione essenzialissima – che non è in realtà diplomatica, ma che non è senza influsso sui rapporti diplomatici, cioè sulle relazioni tra la Santa Sede e gli Stati accreditatari – è quella indicata dal can. 364: “Il compito principale del Legato pontificio è quello di rendere sempre più saldi ed efficaci i vincoli di unità che intercorrono tra la Sede Apostolica e le Chiese particolari”.

In quanto strumento di unità ecclesiale, il Rappresentate Pontificio è posto per ciò stesso al servizio dell’unità della grande famiglia umana: la Chiesa infatti ha proprio come missione di essere strumento e segno dell’unità di tutto il genere umano (cf. Lumen Gentium, 1,6 e 9,4; Nostra Aetate, 1,1). Quanto più forti e solidi sono i vincoli tra la Chiesa locale ed il Romano Pontefice, tanto più facile e spontaneo risulta il collegamento tra lo Stato accreditatario e la Santa Sede. I membri della Chiesa in un paese, i quali la costituiscono come comunità di fedeli, sono anche membri dello Stato, e questa viene conseguentemente ad avere un rapporto più o meno intenso o almeno un interesse a rapporti con la Sede Apostolica.

2.2. Una funzione dei Rappresentanti Pontifici al contempo ecclesiale e propriamente diplomatica è poi quella indicata dal can. 365, § 1, n. 2: “affrontare le questioni che riguardano i rapporti fra Chiesa e Stato; trattare in modo particolare la stipulazione e l'attuazione dei concordati e delle altre convenzioni similari”. Nel campo di interesse del Nunzio Apostolico non sono incluse – come ciascuno può facilmente comprendere – questioni di alleanze politiche, di rapporti militari (non c’è nessun Attacché militare presso le Nunziature), di scambi economici, di transazioni finanziarie, ecc. Il centro dell’interesse del Rappresentante Pontificio è invece la libertà della Chiesa, il suo status giuridico rispetto all’ordinamento dello Stato, e più in particolare le istituzioni ecclesiastiche di educazione e di carità, le possibilità di azione pastorale, sia nella società in genere come in ambienti specifici, la presenza della Chiesa nei mass-media, ecc.: in breve, la vita della Chiesa. È questo un aspetto che differenzia in maniera rilevante un Nunzio Apostolico da un Ambasciatore di uno Stato: il Nunzio Apostolico, proprio per la sua natura di Rappresentante del Papa, è teologicamente innestato nel contesto della Chiesa locale, e viene perciò in qualche modo ad inserirsi nel tessuto sociale del paese – sia pure solo sotto l’aspetto religioso –. Proprio per questo, egli dovrà anche curare attentamente di evitare il pericolo di interferenze sia nel campo di giurisdizione proprio dei Vescovi (espressamente vietategli dal can. 364, 2: “assistere i Vescovi con l'azione e il consiglio, senza pregiudizio per l'esercizio della loro potestà legittima”), sia ancor più nelle questioni politiche. Anzi, egli non solo deve rispettare, ma deve anche vigilare che non vi siano sconfinamenti di competenza dalla sfera ecclesiastica a quella civile, né viceversa.

2.3. Il medesimo can. 365, § 1, n. 2 parla anche “dei concordati e delle altre convenzioni similari”. I concordati si distinguono dalle altre “convenzioni similari” perché regolano organicamente tutte le questioni più importanti dei rapporti tra Stato e Chiesa. Sia gli uni che le altre nascono comunque dal riconoscimento della distinzione della sfera religiosa da quella politica, ma al contempo da una volontà di collaborazione tra l’Autorità della Chiesa e quella dello Stato per il bene comune. Formalmente sono tutte retti dalle stesse regole che disciplinano la conclusione, l’applicazione e la cessazione dei trattati internazionali. Al presente sono in vigore circa 150 accordi bilaterali, alcuni di essi conclusi anche con Stati musulmani (iii).

2.4. Vorrei attirare l’attenzione su un altro aspetto molto indicativo, a mio avviso, dello spirito del Nunzio Apostolico. Tra i vari compiti del Nunzio Apostolico, che il Codice di Diritto Canonico enumera, v’è quello di “cooperare con i Vescovi per favorire opportuni scambi fra la Chiesa cattolica e le altre Chiese o comunità ecclesiali, anzi anche con le religioni non cristiane” (can. 364, 6). L’impegno del dialogo ecumenico e del dialogo interreligioso è ovviamente anzitutto una questione religiosa, non politica; ma non è senza sensibili effetti sociali. Ancor prima che esso raggiunga le sue finalità religiose, già il fatto di svolgersi come dialogo amichevole e costruttivo, contribuisce alla coesione sociale, all’unità interna, morale e spirituale di un popolo. E questo è certo un bene prezioso anche per lo Stato, come è facile constatare in diverse parti del mondo.

2.5. Vorrei infine rilevare una peculiarità sistematica del Codice di Diritto Canonico nel suo trattamento dei compiti del Nunzio Apostolico. Nel can. 364, che tratta propriamente dei compiti ecclesiali del Nunzio Apostolico, è anche indicato quello di “adoperarsi per promuovere tutto ciò che riguarda la pace, il progresso e la cooperazione tra i popoli” (n. 5). Tale collocazione sistematica può apparire a prima vista sorprendente, potendosi attendere che tale funzione venga trattata tra quelle propriamente politiche; ma è in realtà teologicamente giustificata, perché la pace tra i popoli, il progresso (è questo “il nuovo nome della pace – ha detto Paolo VI) e la cooperazione tra i popoli appartengono ab origine alla missione della Chiesa, essendo Cristo venuto ad “annunciare la pace a coloro che erano lontani e a coloro che sono vicini (cf. Ef 2, 17): una pace che è dono di Dio e nasce dal cuore degli uomini, ma che deve essere promossa, tutelata e ripristinata con costante e forte impegno sociale e politico. Tutti gli Ambasciatori sono uomini di pace, come indica la Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche, del 18 aprile 1961 (Preambolo, comma 2°, art. 3, e); il Nunzio Apostolico lo è non solo per impegno professionale, ma per vocazione ecclesiale, religiosa.

 

II. Uno sguardo sullo sviluppo storico della diplomazia vaticana

Da quanto finora ho cercato di illustrare dovrebbe risultare abbastanza chiaro che la diplomazia vaticana ha, per così dire, un’anima essenzialmente religiosa e che tutto ciò che in essa può considerarsi come “politico” non ha in realtà un senso secolare, mondano, ma spirituale. Questo risulta del resto anche da tutta la sua lunga storia, che vorrei ora brevemente riassumere in maniera estremamente sintetica.

1. Come primo periodo della diplomazia pontificia si può considerare quello che va dal IV secolo, quando il cristianesimo divenne “religio licita” ed anzi ottenne una posizione ufficiale, fino ai tempi di Carlo Magno (+ 814). Il principio di fondo che regge l’attività di legazione da parte della Sede Apostolica è il principio stesso dei rapporti tra autorità religiosa ed autorità politica, espresso dal giustamente famosa lettera di Papa Gelasio I all’imperatore Anastasio I, nel 494:

«Duo quippe sunt, imperator Auguste, quibus principaliter mundus hic regitur, auctoritas sacra pontificum, et regalis potestas... Nosti etenim, fili clementissime, quod licet praesideas humano generi dignitate, rerum tamen praesulibus divinarum devotus colla submittis, atque ab eis causas tuae salutis exspectas, inque sumendis coelestibus sacramentis, eisque, ut competit, disponendis, subdi te debere cognoscis religionis ordine potius quam praesse» (Epistula Gelasii ad Anastasium Augustum ; PL 59, 958).

In questo periodo il Romano Pontefice si faceva rappresentare presso l’imperatore a Costantinopoli da un “apocrisario”. Il primo fu il Vescovo Giuliano di Kios, inviato dal Papa Leone I (440-461); e tale fu successivamente anche Gregorio I, inviato a Costantinopoli da Papa Pelagio II per sei anni (579-585), prima che gli succedesse nella sede romana (590-604); sotto di lui la presenza dell’apocrisario a Costantinopoli è costante, così che la sua figura si avvicina già a quella di un moderno ambasciatore. Compito dell’apocrisario era di trasmettere all’imperatore richieste ed avvertimenti del Papa soprattutto in materia di questioni dottrinali e di disciplina ecclesiastica. In questo primo periodo la sede del Romano Pontefice acquista anche una crescente attività temporale in Italia, con la costituzione di un ampio “Patrimonio di San Pietro”, soprattutto nella regione della Campania e della Sicilia, ma anche in Corsica, nelle Gallie, in Spagna ed in Africa (il Papa lo amministrava tramite dei diaconi come “rectores patrimonii”, dotati per altro, oltre che di poteri temporali, anche di competenze sulle nomine dei Vescovi e la condotta dei sacerdoti).

2. Come secondo periodo si può considerare quello che va da Carlo Magno alle Crociate.

Con l’ascesa al potere dei Carolingi – con il suo culmine nella renovatio imperii con Carlo Magno in Occidente – l’attenzione della Sede Apostolica si sposta dalla corte di Costantinopoli a quella dei Franchi, dove il Papa invia i suoi “legati”, ecclesiastici o anche laici. Una loro preoccupazione è ora la difesa dello Stato Pontificio, che nel frattempo si è venuto costituendo, contro i Longobardi, affetti da arianesimo, ma soprattutto con interessi concreti sui possedimenti papali. Ben presto la creazione politica di Carlo Magno conobbe insanabili lacerazioni, ed anche la sede di Pietro ne subì serie conseguenze. Tuttavia, anche nei secoli IX e X, i Legati pontifici, oltre a presiedere sinodi e a decidere circa la deposizione o la riabilitazione di vescovi, riuscirono anche a riportare soggetti ribelli all’obbedienza del re.

La seconda renovatio imperii, a partire da Ottone il Grande nel 962, apre un periodo di tensioni tra diversi imperatori e pontefici. Un momento apicale di questo periodo si ha nel sec. XI con Gregorio VII (1073-1085) ed il suo impegno nella lotta con l’imperatore Enrico IV (1056-1106) per le investiture, quale elemento portante delle libertà della Chiesa, e per la grande riforma della disciplina ecclesiastica, nota appunto come “riforma gregoriana”. Il suo Legato Hugo de Die divenne Arcivescovo di Lione e Primate delle Gallie, così come Amatus d’Oleron fu nominato Arcivescovo di Bordeaux e Primate d’Aquitania e le loro missioni personali furono così trasformate in missioni permanenti legate alla sede. Da segnalare, nel 1122, il cosiddetto “Concordato di Worms”, che viene considerato come il primo concordato della storia. Esso pose fine alla lotta per le investiture, e consisteva in due documenti unilaterali correlativi, rispettivamente da parte dell’Imperatore Enrico V (1098-1125) e del Papa Callisto II (1119-1124).

3. Terzo periodo. Con il secolo XII si aprono i secoli delle Crociate, indette – non dimentichiamolo – per la liberazione del Santo Sepolcro e di Gerusalemme, dal 1070 passata sotto il regime intollerante dei Selgiuchidi turchi. In questa fase fu la funzione dei “Legati a latere”, che agivano “tamquam alter ego Summi Pontificis”. Così fu il Legato di Urbano II (1088-1099), Adhemar di Monteil, Vescovo di Le Puy (1077-1098), a svolgere un’opera insostituibile di coordinamento e mediazione tra i diversi capi militari della prima crociata.

Nei secoli successivi il ruolo dei Rappresentanti Pontifici fu rivolto a combattere l’eresia catara, a riformare i costumi del popolo cristiano e a conciliare tra di loro i principi cristiani, in un’estenuante opera di mediazione per la grande causa delle librazione del Santo Sepolcro. In questo periodo, dunque, l’attività del Papa e dei suoi Legati assume dei connotati che possiamo quasi considerare come di diplomazia plurilaterale.

4. Un quarto periodo: dalla costituzione degli Stati moderni fino al Congresso di Vienna. Molte, e non solo negative, furono le conseguenze politiche delle Crociate, che comunque fallirono nel loro scopo primario: la liberazione del Santo Sepolcro. L’islam non solo non era stato respinto, ma avanzava con molta forza, e l’impero ottomano, dopo aver conquistato l’impero d’Oriente, ambiva ad invadere anche quello d’Occidente. In questa fase storica, il Papa, come Capo della cristianità, assunse un ruolo di primo piano nel tentativo di conciliare i contrastanti interessi politici dei principi cristiani. D’altra parte la crescente autorità dei nascenti moderni Stati europei minacciava non solo i diritti temporali, ma anche quelli spirituali, acquisiti dalla Chiesa con lesione dei diritti propri della Sede Apostolica. Si imponeva, dunque, una maggiore vigilanza e cura nei rapporti con i sovrani.

Nella seconda metà del secolo XV e nel secolo XVI si costituiscono le prime ambasciate permanenti, in particolare da parte degli Stati emergenti, e corrispondentemente si verifica il passaggio dalle legazioni come incarico ad personam alle prime Nunziature come uffici stabili. Mentre è difficile stabilire – storicamente e giuridicamente parlando – quale sia stata la prima Nunziatura in senso proprio, si può constatare che nel 1527 esistono Rappresentanze Pontificie a Firenze, Napoli, Torino e Venezia ed inoltre in Francia, Spagna, Portogallo, Polonia e presso l’imperatore. Sono noti gli interessanti rapporti dei Nunzi Apostolici presso la Repubblica Veneta, e non meno quelli dell’Ambasciatore della Serenissima presso il Papa, come quelli dei Nunzi presso l’Imperatore o presso il Re di Francia (iv).

Il secolo XVI è caratterizzato, tra l’altro, da due sviluppi, che avrebbero avuto conseguenze durature nei secoli posteriori fino ad oggi: la riforma protestante e la riforma cattolica, iniziata con il Concilio di Trento. Entrambi impegnarono a fondo i Rappresentanti Pontifici presso i principi cristiani, sia per contrastare le spinte scismatiche del protestantesimo, che si mescolavano e potenziavano con immediati interessi politici, sia per permettere la convocazione del Concilio di Trento e poi per dare attuazione ai suoi canoni: va infatti tenuto presente che secondo i sistemi allora vigenti essi dovevano essere applicati anche come legislazione civile.

Nel periodo del Concilio di Trento ed in quello immediatamente successivo si consolida l’istituzione delle Nunziature permanenti. Dalla fine del secolo XVII vi è ormai un Nunzio che rappresenta il Papa presso l’Imperatore ed i Re di Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, presso la Repubblica di Venezia, il Duca di Savoia, il Granduca di Toscana, i Cantoni Svizzeri, i Principi ecclesiastici e laici della Valle del Reno, il Viceré di Napoli ed il Governatore dei Paesi Bassi. Tali Nunzi, oltre alla funzione propriamente politica, sono dotati anche di giurisdizione ecclesiastica. Il numero dei Rappresentanti Pontifici rimane invariato fino alla fine del secolo XVIII (v).

La Pace di Westfalia del 1648 può considerarsi all’interno della cristianità, ma anche per l’ordinamento politico dell’Europa, l’evento più significativo del secolo. Essa confermò il principio “cuius regio eius religio”, introdotto dalla Pace di Augusta del 1555, che sarà così un vincolo fra il trono e l’altare, indubbiamente molto problematico, che caratterizzò poi anche gli Stati assolutistici europei, ponendo la diplomazia pontificia di fronte a nuove sfide.

In questi due secoli, il XVI ed il XVII, non posso non ricordare anche due eventi militari decisivi non solo per la cristianità, ma per tutta la storia dell’Occidente: la Battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, e l’Assedio di Vienna del 1683 (iniziato nel mese di luglio e conclusosi con la battaglia definitiva del 12 settembre). La coalizione delle forze cristiane fu in entrambi i casi da ascrivere alla determinazione dei Papi, rispettivamente Pio V (1566-1572) e Innocenzo XI (1676-1689), ed all’azione dei loro Legati.

Sintomatico per la natura e le funzioni delle Rappresentanze Pontificie è il cosiddetto Nuntiaturstreit, che ebbe luogo verso la fine del XVIII secolo. Gli Arcivescovi elettori di Colonia, di Magonza e Treviri, e l’Arcivescovo Principe di Salisburgo, pur non opponendosi alla presenza di un Ambasciatore del Papa presso l’Imperatore o il Duca di Baviera, o i Principi tedeschi della Valle del Reno, non volevano riconoscere al Nunzio una specifica funzione ecclesiale. A tale dissidio pose fine Papa Pio VI (1775-1799) con il “Responsum super nuntiaturis”, emanato sottoforma di Breve Apostolico il 14 novembre 1789, ma che è un vero trattato di carattere storico-dottrinale in nove capitoli, che tratta della vicenda contingente, ma anche di tutta la questione teologica e giuridica di fondo.

5. Quinto periodo: dal Congresso di Vienna (1815) a tutto il secolo XIX.

La rivoluzione Francese e la tempesta napoleonica si conclusero con il Congresso di Vienna del 1815, nel quale la Santa Sede fu rappresentata dal Segretario di Stato del Papa Pio VII, il Cardinale Ercole Consalvi.

Nella generale restaurazione da esso attuato, la Santa Sede si vide reintegrata nella sovranità sullo Stato Pontificio. Per quanto concerne la diplomazia vaticana, il Congresso di Vienna riveste un interesse specifico per il riconoscimento che esso espresse circa la precedenza o decananza protocollare tradizionalmente riconosciuta ai Nunzi Apostolici. Tale riconoscimento non era certo relativo al potere politico-temporale della Sede Apostolica, indubbiamente molto debole, ma alla prerogativa spirituale del Papa come autorità religiosa.

Nei decenni successivi, il numero delle Nunziature Apostoliche nel mondo si accrebbe notevolmente con l’apertura di diverse Rappresentanze nei Paesi dell’America Latina: nel 1829 in Brasile, nel 1835 in Colombia, nel 1877 in Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay, nel 1881 ad Haiti, nella Repubblica Dominicana e in Venezuela.

Di particolare interesse è poi la circostanza che, come ho già accennato, anche dopo il 1870, fino alla costituzione dello Stato della Città del Vaticano nel 1929, la Santa Sede continuò ad esercitare il diritto di legazione attivo e passivo, aumentando anzi il numero delle Nunziature da 16 a 29.

Nel secolo XX il numero si accrebbe ulteriormente, come indicherò tra breve, accompagnando l’estendersi dell’organizzazione ecclesiastica in tutto il mondo.

6. Sesto periodo: concludo questa rapida carrellata attraverso la storia, necessariamente incompleta e sommaria, ricordando, per il secolo scorso, la Convenzione di Vienna sulle Relazioni diplomatiche del 18 aprile 1961, che, all’art. 16 n. 3, riecheggia in qualche modo l’analoga disposizione del Congresso di Vienna del 1815, in quanto stabilisce che la precedenza protocollare degli Ambasciatori, fissata in base al momento dell’accreditamento, non “pregiudica” una diversa pratica che sia accettata dallo Stato accreditatario, per ciò che concerne la precedenza del Rappresentante della Santa Sede. Vale a dire che, con il consenso dello Stato accreditatario, al Nunzio Apostolico può essere attribuita la qualifica di Decano del Corpo Diplomatico ex officio. La decananza del Nunzio Apostolico è così ora non più legata ad una tradizione propria di Stati “cristiani”, ma aperta come possibilità consensuale a qualsiasi Stato. Dove essa è stata introdotta, l’esperienza dei suoi vantaggi è riconosciuta tanto dai governi degli Stati accreditatari quanto dai Corpi Diplomatici.

Il secolo scorso va ricordato per gli sviluppi della diplomazia pontificia, anche per molti altri aspetti. Non posso non ricordare:

  • Il Trattato Lateranense dell’11 febbraio 1929, da me già citato, che riconobbe alla Santa Sede la sua sovranità internazionale ed alla sua diplomazia quel supporto statuale che la Santa Sede aveva perduto nel 1870;

  • La Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), che conobbe i suoi inizi nel 1973 e si concluse con l’Atto Finale di Helsinki, nel 1975. Ad essa la Santa Sede venne invitata a prendere parte sin dall’inizio come membro a pieno titolo, e si impegnò, conformemente alla sua missione, soprattutto sul contenuto del cosiddetto “terzo paniere”, concernente in particolare i diritti umani. Ritengo che l’influsso che ne derivò sugli sviluppi epocali del 1989 non possa essere sottovalutato.

  • L’esperienza di due guerre mondiali rese evidente la necessità di una diplomazia multilaterale, necessità accresciuta, negli ultimi decenni, dall’emergere del fenomeno della globalizzazione. Anche la diplomazia della Santa Sede, sebbene in misura alquanto minore di quella degli Stati, non ha potuto non entrare nella dinamica di un nuovo intrecciarsi di relazioni internazionali.

III. La consistenza della diplomazia vaticana

Al presente, la diplomazia vaticana è tra quelle dotate di una più vasta “rete” di Rappresentanze. I Paesi che intrattengono piene relazioni diplomatiche con la Santa Sede sono 174; ad essi va aggiunto il Sovrano Militare Ordine di Malta. Sono inoltre rappresentate da Missioni Speciali la Federazione Russa e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, guidate rispettivamente da un Ambasciatore e da un Direttore.

1. Potrà essere interessante notare lo sviluppo numerico che hanno avuto le Nunziature Apostoliche nell’ultimo quarto di secolo. Sotto i Pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, quindi dal 1963 al 2005, gli Stati con rapporti diplomatici con la Santa Sede sono passati da 46 a 174. Più precisamente: nel 1978, alla morte di Paolo VI, le Nunziature e le Delegazioni Apostoliche(vi) in Africa costituivano meno della metà del numero complessivo delle Rappresentanze Pontificie nel mondo, e quel continente era quello con un numero relativamente maggiore di Rappresentanze della Santa Sede (43 su 117). Durante il pontificato di Giovanni Paolo II vi è stata una forte espansione della rete di Nunziature e Delegazioni, che ha interessato tutti i continenti. La crescita numerica più forte si è registrata in Europa (da 18 a 45 Rappresentanze), soprattutto come conseguenza dei fatti del 1989, che hanno interessato l’ex Unione Sovietica e vari paesi dell’Europa centro-orientale e dell’Asia centrale. Sempre sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II, il numero delle Rappresentanze Pontificie è raddoppiato in Asia (da 19 a 38), e significativo è stato il loro aumento anche nelle Americhe (da 24 a 36), in Oceania (da 5 a 15) ed in Africa (da 43 a 53).

Le Rappresentanze Pontificie presso gli Stati, con un Nunzio Apostolico stabilmente residente, sono al presente 101. Se ne deduce che per ricoprire tutti i paesi che hanno relazioni diplomatiche piene con la Santa Sede, non pochi Nunzi sono titolari di diverse sedi (vii).

2. Molto rapido è stato lo sviluppo delle Rappresentanze della Santa Sede presso le Organizzazioni Internazionali; esse sono attualmente 15. Si partì nel 1949 con l’accreditamento di un Osservatore Permanente presso la FAO, l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, con sede a Roma, al quale la Santa Sede ha successivamente assegnato anche la rappresentanza presso il Programma Alimentare Mondiale (PAM), nel 1963, e presso il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), nel 1977.

Sempre con carattere di Osservatore, nel 1952 fu accreditato il Rappresentante della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi. Nel 1957 la Santa Sede divenne membro fondatore della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), con sede a Vienna e vi accreditò un Delegato Permanente, oggi Rappresentante Permanente.

Fu però sotto il pontificato di Paolo VI che la Santa Sede incrementò la sua presenza nelle Organizzazioni Internazionali intergovernative, inviando un Osservatore Permanente: nel 1964 presso le Nazioni Unite di New York; nel 1967 presso l’Ufficio ONU e le Istituzioni Specializzate a Ginevra; nel 1971 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (ONUDI), con sede a Vienna. Come è noto, nel 2004 la Santa Sede ha formalizzato il suo statuto di “Osservatore Permanente” presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Risoluzione N. 58/314 del 1° luglio 2004).

Tale attenzione è continuata anche sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II, così che una presenza stabile della Santa Sede è riscontrabile nei più importanti organismi internazionali. Essa è Membro di sei altre Organizzazioni internazionali(viii) e presso sei altre ancora ha carattere di Osservatore a volte “su base informale”(ix).

Per gli organismi internazionali intergovernativi a base regionale, la Santa Sede ha nominato un Inviato Speciale presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo, nel 1970, anche se i rapporti con detto organismo risalgono al 1962; ed un Osservatore Permanente presso l’Organizzazione degli Stati Americani (1978). Nel 1994 ha inviato un Rappresentante Permanente presso l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), nata dall’omonima Conferenza (CSCE), di cui essa era membro sin dal 1973. Nell’anno 2000 furono nominati gli Osservatori Permanenti presso l’Organizzazione della Lega Araba e presso l’Unione Africana, con la quale la Santa Sede ha sottoscritto un Accordo di cooperazione il 19 ottobre 2000. Una posizione speciale ha il Rappresentante Pontificio presso le Comunità Europee, in concreto l’Unione Europea, con sede a Bruxelles (distinto dal Nunzio Apostolico in Belgio), che ha il titolo di Nunzio Apostolico non solo ad personam (come alcuni Osservatori Permanenti), ma d’ufficio.

3. Varrà la pena di rilevare che la Santa Sede intrattiene un così vasto sistema di rapporti diplomatici, con un personale estremamente ridotto. Tutti i Nunzi Apostolici – come sopra riferivo – sono un centinaio; mentre i Rappresentanti presso gli Organismi Internazionali sono 12. Il Personale diplomatico subalterno, ossia quello che presta servizio nelle sedi diplomatiche della Santa Sede, conta con 142 ecclesiastici. Essi appartengono a 50 nazioni. Questa singolare internazionalità del corpo diplomatico della Santa Sede, mentre risponde ad un auspicio del Concilio Ecumenico Vaticano II circa la composizione degli organi centrali della Chiesa (cf. Christus Dominus, n. 10,1), riflette anche quella prerogativa della Chiesa che lo stesso Concilio qualifica come “un germe validissimo di unità... per tutto il genere umano” (Lumen gentium, n. 9,2).

Al momento prestano servizio nella diplomazia pontificia quattro sacerdoti di nazionalità croata e due stanno compiendo gli studi presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica. Presso la Curia Romana, inoltre, sono impiegati sei ecclesiastici croati, tra i quali il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, S.E. Mons. Nikola Eterović, che servì in diverse Nunziature Apostoliche, fino a ricoprire l’incarico di Nunzio Apostolico in Ucraina.

Non posso in questo contesto non menzionare anche un mio indimenticato predecessore come Nunzio Apostolico in Germania, al quale ero legato da vincoli di fraterna amicizia, vale a dire Mons. Giuseppe Huhać, poi Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il quale, proprio alla vigilia della sua morte, pregò il Papa Giovanni Paolo II di dispensarlo dall’accettare l’elevazione a cardinale, sentendosi ormai prossimo a ricevere dal Supremo Giudice quella corona che non marcisce.

IV. I punti focali della diplomazia vaticana

Quali sono oggi i punti focali dell’azione diplomatica della Santa Sede? È necessario distinguere tra i rapporti bilaterali e quelli multilaterali(x).

1. Rapporti bilaterali. È chiaro che qui l’attenzione, la preoccupazione e l’impegno può spostarsi da un giorno all’altro su di un nuovo paese e ad un nuovo continente. Ma vi sono alcuni paesi i cui dossiers sono più sovente sul tavolo come nelle pagine dei giornali. Essi sono sottoposti a costante attenzione anche quando un intervento della Santa Sede sia precluso. Citerò soltanto:

  • Per l’Asia: quelli concernenti il Medio Oriente e la Terra Santa anzitutto, l’Iran, la Cina, la Corea del Nord, con il grande problema della libertà religiosa.

  • Per l’Africa: quelli concernenti il Darfur, con le complicazioni tra Sudan e Ciad, la Costa d’Avorio, la Regione dei Grandi Laghi, il Corno d’Africa ed in particolare la Somalia. Uno sviluppo positivo che si va manifestando al presente in Africa è un crescente interesse ad Accordi con la Santa Sede, sul tipo di quelli che hanno caratterizzato e caratterizzano alcuni paesi europei.

  • Per l’Europa: vorrei citare il grande problema dell’integrazione europea e la situazione in alcuni Stati dell’ex-Unione Sovietica.

  • Per l’America Latina: la situazione in Haiti e l’emergere di regimi con connotazioni populistiche in alcuni Stati, emergere dovuto certo a gravi ritardi in necessarie riforme sociali.

2. Rapporti multilaterali. Come motivo di preoccupazione vorrei segnalare il deplorevole stallo nell’attuazione degli impegni del “Trattato di non proliferazione nucleare”, ed in genere tutta la complessa problematica del disarmo, a partire dal controllo della produzione delle armi convenzionali. Né può lasciarci tranquilli la tiepidezza con cui ci si impegna nel raggiungimento dei Millenium Goals, stabiliti dalle Nazioni Unite con la “Dichiarazione del Millennio” dell’8 settembre 2000, soprattutto per quanto concerne la lotta contro la fame. Un fenomeno che caratterizza l’epoca contemporanea è poi quello delle migrazioni, con i gravi problemi umanitari connessi con la piaga, dolorosa e vergognosa, del traffico delle persone. V’è poi l’attività terroristica, che ha raggiunto ormai dimensioni globali, con la sua aberrante componente religiosa. Nei Paesi occidentali, non può non allarmare l’involuzione dell’istituto della famiglia nella legislazione di alcuni paesi, ma anche nel trattamento che essa riceve da organizzazioni internazionali. Infine il pericolo a cui è sottoposta la stessa vita umana in quanto tale, proprio ad opera di sviluppi della biogenetica che dovrebbe invece tutelarla.

Nella maggior parte di tali questioni, il fulcro dell’azione della Santa Sede e della sua diplomazia, è la tutela della dignità umana. L’essere umano ha priorità rispetto alle istituzioni e non può mai essere abbassato a strumento, nemmeno per gli scopi più nobili. Lo dice a tutti la semplice ragione umana; a noi lo dice anche la nostra fede, per la quale l’uomo è immagine di Dio, è amato da Dio, e può amare Dio: ogni uomo, in ogni momento della sua esistenza. Per sostenere il principio della intangibile dignità di ogni persona umana, dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale – principio che è di immediata applicazione sociale e giuridica – la diplomazia della Santa Sede non cesserà di elevare la sua voce in tutte le istanze internazionali: opportune et importune.

 

V. La diplomazia vaticana e la nuova Croazia

Vorrei ora venire a parlare di un Paese che è stato – ma ora, grazie a Dio, non è più – tra i punti focali dell’interesse della diplomazia della Santa Sede, nel senso su indicato, ma resta certo un Paese a cui i diplomatici della Santa Sede guardano serenamente con occhio compiaciuto come ad un partner privilegiato. E vengo quindi – per concludere – a parlare della diplomazia della Santa Sede e la nuova Croazia.

Il 1989 segna, con l’implosione dell’impero sovietico, una cesura storica epocale. L’anno successivo hanno luogo nella Repubblica Socialista di Jugoslavia le elezioni politiche, che aprono la via ad una radicale evoluzione strutturale e ad un riassetto della carta geopolitica sul suo territorio. Per quanto concerne più particolarmente la Croazia, l’atteggiamento della Santa Sede è passato, sulla travolgente onda della storia, ma sempre in coerenza con i propri principi, per tre fasi.

1. La prima va dal 1990 al giugno 1991. Punti essenziali di riferimento giuridico politico furono:

1.1. La costituzione stessa della Jugoslavia che prevedeva il diritto delle singole Repubbliche di uscire dalla Federazione: ne derivava un dovere internazionale di rispetto della libera determinazione delle parti interessate;

1.2. L’Atto finale di Helsinki della CSCE del 1975, con i derivanti impegni del rispetto dei diritti delle comunità nazionali, del rifiuto al ricorso all’uso della forza, e del dovere della ricerca di dialogo tra le sei Repubbliche “in cerca di nuovi rapporti di libertà, uguaglianza e giustizia, nel rispetto del diritto degli uomini e delle Nazioni” (come si esprimeva pubblicamente Giovanni Paolo II il 21 aprile 1991). In questa, così come nelle successive fasi, l’azione diplomatica della Santa Sede si dispiegò mediante numerosissimi contatti con gli ambasciatori dei paesi interessati, con visite del Segretario per i Rapporti con gli Stati in diverse capitali, e con pubbliche prese di posizione dello stesso Papa Giovanni Paolo II.

2. La seconda fase si apre il 25 giugno 1991 con l’inizio delle operazioni belliche in Slovenia ed in Croazia. Logicamente l’azione diplomatica della Santa Sede fu rivolta anzitutto a chiedere – come priorità assoluta – la sospensione immediata dell’uso delle armi e la creazione di condizioni per la ripresa del dialogo tra i diversi gruppi nazionali, nella ricerca di accordi soddisfacenti per tutti. In concreto, la Santa Sede appoggiava l’invio di Osservatori di paesi neutrali, seguiti, se necessario, da una forza di pace, e si impegnava ad un tempo con un’azione ecumenica, che riavvicinasse gli animi delle popolazioni, in favore della pace. Purtroppo la situazione degli animi era tale che l’iniziativa diplomatica ed ecumenica della Santa Sede non venne accolta e la rottura tra croati e serbi fu così profonda che la situazione uscì del tutto dal controllo del Governo federale. Giovanni Paolo II si rifiutò però di abbandonare le cose a se stesse, e fondando la sua speranza più in Dio che negli uomini, promosse per il 5 settembre 1991 una giornata mondiale di preghiera per la pace in Jugoslavia. Preoccupante per la Santa Sede non era però solo la pace in Jugoslavia, ma la minaccia che dalla crisi regionale derivava al processo di pace e di cooperazione in Europa, che aveva avuto un suo momento particolarmente positivo proprio nell’Atto Finale di Helsinki.

3. La terza fase. Nei mesi successivi la situazione si fece ancor più grave. Le rotture erano ormai insanabili, ed una ricomposizione dei precedenti rapporti all’interno della Jugoslavia appariva chiaramente irrealistica. La Santa Sede maturò pertanto la convinzione che il riconoscimento internazionale dell’indipendenza della Croazia e della Slovenia avrebbe potuto favorire la ricerca della pace, e si impegnò quindi nel favorire “un consenso internazionale” circa l’opportunità di un riconoscimento immediato della Repubblica di Croazia e della Slovenia. A tal fine, in data 26 novembre 1991, il Segretario di Stato Card. Angelo Sodano consegnò agli ambasciatori dei Paesi membri della CSCE un Memorandum nel quale, richiamando i principi del diritto internazionale e le disposizioni della Costituzione Jugoslava del 1974, si raccomandava un “riconoscimento concordato e condizionato”: e le condizioni erano la salvaguardia dei diritti umani e della democrazia, e la protezione delle minoranze nazionali. A tal proposito il Memorandum chiedeva anche “l’accettazione della verifica delle misure riguardanti le minoranze nazionali da parte del comitato degli Alti Funzionari della CSCE”. Poco tempo dopo, con un comunicato della Sala Stampa del 20 dicembre, la Segreteria di Stato informava circa la disponibilità della Santa Sede a riconoscere la sovranità e l’indipendenza delle Repubbliche di Croazia e di Slovenia, a determinate condizioni. I Governi delle due Repubbliche comunicarono prontamente alla Santa Sede il loro impegno formale. Il 13 gennaio 1992 la Santa Sede procedeva quindi al loro riconoscimento. Seguì in data 8 febbraio 1992 l’annuncio dell’allacciamento delle relazioni diplomatiche con la Croazia e dell’apertura della Nunziatura Apostolica. Non tutti i Governi europei, com’è noto, ne furono entusiasti, e non mancarono di farlo presente alla Santa Sede; ma la Santa Sede era ben certa di aver preso la decisione giusta. Il mio predecessore, S.E. Mons. Jean-Louis Tauran, nella riunione ministeriale della CSCE di Praga dei giorni 30-31 gennaio 1992 così riassumeva le motivazioni e le finalità giuridiche e politiche dell’azione della Santa Sede:

«Riconoscendo l’esistenza della Croazia e della Slovenia – riconoscimento che non è diretto contro alcuno – la Santa Sede ha preso atto di uno stato di fatto, che scaturisce dalle legittime aspirazioni democraticamente espresse. Mettendo condizioni a tale riconoscimento, la Santa Sede ha voluto favorire l’applicazione di tutti gli impegni presi nell’ambito del processo di Helsinki e sottolineare il fatto che la C.S.C.E. dovrebbe essere il garante della fiducia al momento di regolare la situazione delle minoranze nazionali. Così, la Santa Sede ha voluto che fosse chiaro per questi nuovi paesi che, essendo riconosciuti sovrani ed indipendenti, essi s’impegnano solennemente a contribuire alla costruzione della nuova Europa dei diritti dell’uomo e della democrazia».

4. I rapporti della Santa Sede con la Croazia erano così entrati in una nuova fase, che è anche quella nella quale noi ora ci troviamo. Finora essa è stata caratterizzata da questi eventi principali:

4.1. La stipulazione di quattro accordi: su questioni giuridiche, circa la collaborazione in campo educativo e culturale, per l’assistenza religiosa ai fedeli cattolici membri delle Forze Armate e della Polizia, tutti e tre in data 19 dicembre 1996; ed il quarto, circa questioni economiche, in data 9 ottobre 1998.

4.2. Tre visite apostoliche del Papa Giovanni Paolo II in Croazia nel 1994, nel 1998 – con la beatificazione del Card. Stepinac – e nel 2003 (centesimo viaggio di Giovanni Paolo II).

4.3. Il convinto appoggio morale dato presso l’Unione Europea all’entrata della Croazia come membro a pieno titolo. A questo proposito non voglio entrare in particolari, trattandosi di un processo diplomatico assai prossimo al termine, ma formalmente non ancora concluso. Mi basterà rilevare che, ad avviso della Santa Sede, l’appartenenza della Croazia all’Unione Europea costituisce non solo un riconoscimento dell’identità storica e della realtà politica croata, ma anche un arricchimento culturale per l’Unione Europea, al quale l’Unione Europea stessa non può non essere vivamente interessata.

5. Negli anni a venire i rapporti diplomatici tra la Santa sede e la Croazia troveranno certo nuovi campi di cooperazione. Io penso che, non soltanto a livello bilaterale, ma non meno sulla scena della diplomazia plurilaterale, la diplomazia della Santa Sede e quella della Croazia dovrebbero coordinare costantemente i loro sforzi nel servizio di grandi cause: la pace, lo sviluppo dei paesi più bisognosi, la promozione culturale, la tutela della famiglia, la difesa della vita e della dignità dell’uomo, ovunque, sempre.

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La Chiesa Cattolica è, per divino mandato, annunciatrice dell’ “Evangelium Vitae”. La diplomazia vaticana è costituzionalmente chiamata ad inserirsi in tale missione. Per il suo espletamento essa è fiduciosa di trovare nella diplomazia della Repubblica di Croazia, come in quella di altri paesi, comprensione ed appoggio.

Grazie!

 

i() Essi sono derivati dal Motu proprio “Sollicitudo omnium Ecclesiarum”, del 24 giugno 1969, con cui Paolo VI, rispondendo al desiderio espresso da diversi Padri durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, riordinò completamente la materia.

 

 

 

ii() Il titolo di “nuntius” è già attribuito a Prelati con funzioni propriamente diplomatiche, inviati come Legati da Papa Martino V (1417-1431) presso i Re d’Inghilterra, di Francia, di Castiglia, di Polonia (cf. P. BLET, “Histoire de la Représentation Diplomatique du Saint-Siège des origines à l’aube du XIXe siècle”, Città del Vaticano 1982, pagg. 160-165).

 

 

iii() Sul tema dei concordati si possono trovare notizie più aggiornate nella conferenza che ho tenuto alla Pontificia Università Gregoriana, in data 15 novembre 2005, “La diplomazia concordataria della Santa Sede nel XX secolo: tipologia dei concordati”.

 

 

iv() Appassionante, per esempio, è la lettura dei Nuntiaturberichten aus Deutschland al tempo della Riforma e dei tentativi di Carlo V di venirne a capo. Da essi appare l’impegno del Rappresentante Pontificio impegnato su un triplice fronte: la pace tra i principi cristiani (e segnatamente fra Carlo V e Francesco I), la difesa dai turchi e la lotta contro l’eresia protestante. il Nunzio Apostolico presso l’Imperatore non aveva però una sede fissa, ma lo seguiva nei continui spostamenti della sua corte per tutta l’Europa.

 

 

v() È anche nel secolo XVII che il Papa Gregorio XIII (1572-1585) stabilì per la prima volta una distinzione tra i vari agenti diplomatici pontifici e le sedi delle rappresentanze diplomatiche pontificie.

 

 

vi() Le Delegazioni Apostoliche sono Rappresentanze stabili della Santa Sede in un paese con il quale la Santa Sede non ha rapporti diplomatici. Attualmente esse sono 13: Antille, Botswana, Brunei, Gerusalemme e Palestina, Isole Comore, Laos, Malesia, Mauritania, Myanmar, Oceano Pacifico, Penisola Arabica, Porto Rico, Somalia.

 

 

vii() Casi estremi sono quelli del Nunzio Apostolico a Trinidad e Tobago, che è titolare di 11 Rappresentanze in altri Stati caraibici e delle Antille, e del Nunzio Apostolico in Nuova Zelanda, che è titolare di 10 altre Rappresentanze in Oceania.

 

 

viii() Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR); Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD); Strategia Internazionale per la Riduzione dei Disastri (ISDR); Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (WIPO); Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), della quale è membro anche a nome e per conto dello Stato della Città del Vaticano; Organizzazione per l’Applicazione del Trattato per il Bando Completo della Sperimentazione Nucleare (CTBTO).

 

 

ix() Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM); Organizzazione Meteorologica Internazionale (WMO); Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO); Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO); Organizzazione Mondiale del Turismo (OMT), a partire dal 1979; Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), dal 1997; Organismi delle Nazioni Unite per l’Ambiente e gli Insediamenti Umani (UNEP e UN/HABITAT), sempre a partire dal 1997.

 

 

x() Un’esposizione più articolata sui principali interessi della diplomazia vaticana al presente si possono trovare nella Conferenza che ho tenuto al Circolo di Roma,in data 16 febbraio 2006, “Uno sguardo alla diplomazia vaticana oggi”.